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VITA E POESIE
DI
BONIFAZIO CALVO
TROVATORE GENOVESE
MARIO PEXjAEZ
TORINO
ERMANNO LOESCHEE
1897.
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^^rvv\. I-Slj-.
^^'^JL^^L^KAJ^^iJUL Ì<^^ ^
Estratto dal Giornale storico della letterat. italiana, voli. XXVIIl-XXIX.
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AL
PROF. ERNESTO MONACI
CON ANIMO GRATO CON AFFETTO REVERENTE
OFFRE QUESTE PAGINE
IL DISCEPOLO
M. P.
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BONIFAZIO CALVO
TROVATORE DEL SECOLO XIII
I.
La biografia provenzale di Bonifazio Calvo non è giunta fino
a noi, benché dovesse esistere una volta, se il Nostradamus dice
il vero (1). Ma un accenno a questo trovatore lo abbiamo nelle
due biografie che si conservano del veneziano Bartolomeo Zorzi,
Nella prima si legge che il Zorzi stando a Genova « en preison
« el fetz moutas bonas canssos e moutas tensos atressi ab En
« Bonifaci Calvo de Genoa» (2). Più particolari ci offre la seconda
biografia: « Et estagan la en preison En Bonifaci Calvo si fetz
« aquest sirventes qu'es escritz sa desus qui comensa : " Ges no
« m'es greu s'ieu non sui ren prezatz „ blasman los Genoes, car
« il se laissaron sobrar pels Venesians, dizen gran vilania d'els.
(1) Les Vies des plus célèbres et anciens poetes provenseaux qui ont
fleury du temps des comtes de Provence. A Lion, pour Alexandre Marsilii,
MDLXXV, p. 109, dove riferisce quel che diceva Ucs de Saint Gire intorno
alla dimora di B. Calvo alla corte di Gastiglia. II Nostradamus lesse pro-
babilmente la biografia provenzale del Calvo nel canzoniere del conte di
Sault (sai quale si veda quel che si dice a p. 42), ora perduto, che conteneva
le poesie del N. Cfr. la prefazione del Nostradamus alle Vies^ pp. 12-13.
(2) Dal canzoniere A, pubblicato da C. De Lollis, in Studi di filol.
rom,^ IH, 536; non ho seguito la stampa del Levy, che cito nella nota se-
guente, perchè ha qualche inesattezza.
Pelabz. 1
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2 M. PELAEZ
« De qu'En Bertolome Zorzi fets . I . autre sirventes qui es esoritz
« sa desotz , lo qual comensa : " Mout me sui fort d'un chant
« meravillatz „ escusan los Yeneaians et encolpan los Genoes. De
« que En Bonifaci Calvo si tene encolpatz de so qu*el n'avia dit.
« E per so torneron l'us a l'autre e foron amie > (1). Airinfuori
delle suddette testimonianze nessun documento dà notizia del Calvo,
né altro sapremmo di lui se i canzonieri provenzali e portoghesi
non ci avessero conservato alcune poesie, dalle quali si può ri-
cavare qualche notizia per la sua vita.
Primo a scriverne la biografia fu il Nostradamus (2), ma, se-
condo il suo solito, diede notizie alquanto inesatte e non fece
alcun cenno delle relazioni di lui collo Zorzi. Dopo il Nostradamus
parlò del Calvo il Crescimbeni (3), il quale, nelle Aggiunte alla
versione delle Vite del Nostradamus, per primo fece conoscere
l'amicizia col trovatore veneziano, servendosi delle due biografie
dello Zorzi, anzi traducendone una, la seconda, che lesse nel
codice allora Vaticano 3204, ora Parigino 12473. Dopo il Crescim-
beni il Millot (4) e il Tiraboschi (5): il primo dei quali pubblicò
tradotte alcune poesie del genovese, il secondo con buona critica
rilevò alcuni errori del Nostradamus e confermò le notizie in-
torno all'amicizia del Calvo collo Zorzi , ricavandole dal codice
Estense di rime provenzali. Seguono, in ordine di tempo, lo Spo-
torno (6), il Diez (7) e il David (8), i quali, diedero anche notizia
(1) E. Levy, l>&r Trouhadour Bertolome Zorzi, Halle, 1883, pp. 36-37.
(2) Op. cit., pp. 109-111.
(3) Comentari alla Istoria della volgar poesia, Roma, Antonio de' Rossi^
1710, voi. II, P. I, p. 187.
(4) Histoire litt. des troubad., II, 362-376.
(5) Storia della lett, ital., Milano, Glassici, 1823, t. IV, p. 524.
(6) Storia della Liguria, Genova, Ponthenier, 1824, voi. I, 264 e sgg.
Lo Spotorno, che ebbe a mano il codice estense di rime provenzali, fu il
primo a dare i capoversi delle poesie del Calvo, e di alcune anche il sunto
con qualche indicazione metrica. Del serventese contro i Veneziani fece
anche una traduzione, ma proprio a orecchio.
(7) Leben und Werke der Troubad., Zwickau, 1829, pp. 482492.
(8) Eist. littér. de la France, XIX, pp. 582 e segg.
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BONIFAZIO CALVO 3
più meno esatta del contenuto di alcune rime del poeta, special-
mente delle storiche, di cui cercarono determinare la data. Queste
poesie storiche ai nostri tempi tradusse ed esaminò più compiu-
tamente il Mila y Fontanals (1) nel suo geniale volume sui trovadori
che dimorarono in Ispagna. Nel 1887 Oscar Schultz pubblicò una
breve notizia della vita del Calvo nella sua utile dissertazione
sui trovatori italiani che scrissero in provenzale (2). Ma egli non
fece che riassumere quanto già si sapeva senza curarsi di leg-
gere due poesie, una delle quali allora inedita (3), Taltra pub-
blicata dal Mahn (4), ma da lui creduta inedita; stimando sulla
fede dello Spotorno, che forse non le avea lette, che nulla con-
tenessero d'importante. Vedremo più avanti ch'esse possono gio-
varci per ricostruire, fin dove è possibile, la vita del poeta (5).
(1) De los trovadores en Espana, Barcelona, Verdaguer, 1889, pp. 562 sgg.
(2) Lebensverhdltnisse der italienischen trobadors, in Zeitsch, f. r. PhiL,
VII, 175-235 che non contiene, pel Nostro, nulla di diverso dall'edizione del
1883 pubbl. in un opuscolo a parte. Questo lavoro dello Schultz è fonda-
mentale per la storia dei trovatori italiani, ma non può dirsi definitivo. Ben
altro resta a fare perchè cotesti poeti siano messi nella loro vera luce, e
anche converrà riprendere la discussione e maturarla meglio prima che al-
cuni di quelli siano esclusi per rispetto alla nascita nella nostra Italia. Il
più importante dei trovatori italiani, Sordello, è stato ora studiato degna-
mente da C. De Lollis, Vita e poesie di S,^ Halle Niemeyer, 1896.
(3) È la poesia che comincia : Ai dieus s^ a cor qem destreigna e fu pub-
blicata la prima volta dalFAppEL nella Zeitsch. f. r. Phil., XI, 227-9.
(4) È la poesia che comincia : S* ieu d* ir" ai meinjt que razos non aporta,
che trovasi in Mahn, Gedichte, 618.
(5) Lo Schultz trascurò pure di notare, nel capitolo che riguarda il Calvo,
la tenzone perduta di lui col Gattilusi; la menziona appresso (p. 225),
parlando di quest' ultimo trovatore genovese , ma senza giovarsene per la
biografia del Calvo. Nel testo ho menzionato i biografi principali del Calvo,
quelli cioè che cercarono di dire cose nuove. Qui in nota aggiungo, che
parlarono del Calvo , ripetendo cose già dette , Marcantonio Nicolbtti
nelle Vite degli scrittori volgari (si veda Crescini, Per gli studi romanzi,
Padova, Draghi, 1892, pp. 169 sgg.), lib. I, e. 44, di cui debbo la copia fatta
sul ms. apografo della Comunale di Udine al mio Guido Mazzoni; Alessandro
ZiLioLi nell'Istoria delle vite de* poeti italiani, per la quale mi son servito
della copia Marciana (cod. Marc. Ital. X, car. 48); e in fine Raffaele So-
prani, Li scrittori della Liguria, Genova, Calenzani, MDCLVII, p. 64, e
Michele Giustiniani, Gli scrittori liguri, Roma, Tinasi, MDCLXVII.
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4 M. PELAEZ
La famiglia Calvo o Calvi (1) di Genova è nobile ed antichissima ;
il Canale, nella sua Storia genovese, riferisce una lista di per-
sonaggi ad essa appartenenti , fra* quali trovasi menzionato il
nostro Bonifazio come poeta provenzale fiorito intorno al 1250 (2).
Gli AnncUes Jarvuenses all'anno 1249 ricordano un tal Nicolò
Calvo, che va a conchiudere, a nome della Repubblica, la pace
col re di Castiglìa (3). Lo Schultz pensa che questo Nicolò possa
essere il padre del poeta, ma la congettura non può essere con-
fortata da alcuna prova e la storia tace. Cosicché nulla possiamo
sapere sulla nascita del poeta, nulla intorno ai primi anni della
sua vita , che probabilmente passò in Genova. Ufl9ci in patria
non ne ebbe, come possiamo arguire dal silenzio degli Annaìes
Janttenses, e non pare, per quel che risulta dalle mie ricerche,
ne abbia avuti fuori di patria.
Per quel che si può ricavare dalle sue poesie, il Calvo sem-
brerebbe essersi dato interamente alla vita gaia e gioiosa del
trovatore (4). Alcuni anni dimorò alla corte di Alfonso X di
Castiglia e Leone , dove è probabile si trovasse fin dai primi
(1) Nelle due biografìe dello Zorzi si trova sempre scritto, come s'è ve-
duto, Calvo; i codd. K e d hanno pure Calvo ^ I ha Calbo; il Canale, nel
libro che or ora (jiterò, scrive ora Calvi ora Calvo; il Redi, che cita questo
poeta nelle sue Annotazioni al Ditirambo, scrive Calvi, lo ho seguito la
forma Calvo secondo le testimonianze dei codici.
(2) Storia Genovese, Firenze, Le Mounier, 1860, voi. II, 260. Il Canale
non dice donde abbia tratte queste notizie, ma quella relativa al Calvo deve
averla ricavata dal Nostradamus o da qualcuno degli storici della lettera-
tura genovese che abbiamo sopra citato.
(3) Vedi questi Annales, intanto che si attende il compimento dell'edizione
italiana procurata dall'Istituto Storico Italiano, nei Monumenta Germaniae,
ed. dal Pertz, voi. XVIll.
(4) È notevole il fatto che gli altri trovadori italiani che scrissero in
provenzale sostennero quasi tutti, si può dire, cariche pubbliche o in patria
fuori, e si trovano perciò menzionati in cronache e documenti officiali nei
quali il nome del Calvo non s'incontra mai. Gfr. Schultz, Op. cit.; Rajnà,
Un frammento di un codice perduto di poesie provenzali, in Studi di filol,
rom,, fase. 12, pp. 1 e segg. Per quel che riguarda il Calvo io ho fatto
fare delle ricerche negli Archivi di Genova, ma cotesto cognome non s'in-
contra mai.
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BONIFAZIO CALVO 5
mesi deirinnalzamento al trono di quel monarca (1252), e dove
era indubbiamente alla fine del 1253 e durante il 1254, come
si ricava dalle sue poesie, e noi vedremo in seguito. Nel
tempo che Bartolomeo Zorzi fu prigioniero dei Genovesi, fra il
1266 e il 1273 (1), lo ritroviamo a Genova: quivi ebbe scambio
di serventesi col trovatore veneziano e tenzonò pure coi due ge-
novesi Li Scot e Luchetto Gattilusi. Di quest'ultimo si sa che
visse almeno fino al 1300, anno in cui era podestà di Savona (2);
cosicché il fiorire del Calvo può essere stabilito nei primi decenni
della seconda metà del dugento.
Quando e perchè il Calvo si recò alla corte di Toledo? Alcuni
biografi, compreso il Mila (3), hanno creduto che siasi recato in
Ispagna per fuggire i disordini e le discordie della sua città, ta-
luno dice perfino fosse sbandito da Genova (4); ma son tutte con-
getture, e il fatto è che noi non ne sappiamo nulla. Cosi non
sappiamo neanche se abbia cominciato a poetare a Genova o in
Ispagna, sebbene non vi sia dubbio che la maggior parte delle
poesie che ci rimangono siano state scritte alla corte di Alfonso
e che l'arte sua si sia svolta quasi interamente sotto l'influenza
dei gusti di quella corte. Quivi era venuta di moda la poesia
poliglotta e Bonifazio. Calvo, come vedremo, fu in essa uno de'
più valenti campioni.
Di Alfonso X, detto il Sapiente, che succedette al padre Fer-
dinando III nel 1252 , il trovatore portoghese Pero da Ponte, in
una poesia che piange la morte di Ferdinando III, cosi canta:
E qaant' ome en el mays falar
Tanf acharà melhor razon.
(1) ScHULTZ, Op. cit„ pp. 228-229.
(2) ScHULTz, C^. cit, p. 224. ^
(3) « fugitivo de su patria por los partidos en que se hallaba dividida,
« paso à la corte del monarca castellano » Op, cit. , p. 199; e lo stesso ri*
pete Amador db los Rios, nella sua Historia critica^ III, 456.
(4) ZiLiOLi, Op. ctt, loc. cit., « cacciato di casa per le sedizioni ci-
« vili insieme con molti altri nobili cittadini e privo delle sue facoltà fu
« costretto a ricorrere, per sostenersi, alla liberalit& dei principi ».
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6 M. PELAEZ
ca dos reys qae forom nen son
no mundo, per bon prez guaanhar
este rey foy o melhor rey
que soube eyxal^ar a nossa ley
e a dos mouros abaixar.
Mays hu Deus per assy levar
quis bon rey, ni logu enton
se nembrou de nos, poy lo bon
rey don Affonso nos foy dar
por senhor, e ben nos cobrou;
ca se nos bon senhor levou,
muy bom senhor nos foy leixar (1);
lamenti e speranze, i primi giustificati dall'opera politica di Fer-
dinando, pel quale il regno del Leone era stato riunito alla Ca-
stiglia ed a mezzogiorno il dominio era stato esteso fino a una
gran parte della Andalusia (2); le seconde, confermate dall'opera
civile di Alfonso X, il quale, non molto inclinato alla vita belli-
gera, d'indole mite e pacifica, si diede tutto alla rigenerazione
morale della sua patria (3). Le guerre che sostenne non sorti-
rono l'effetto desiderato, anzi per esse gli ultimi anni del suo
regno furono assai contristati: le aspirazioni alla corona dell'im-
pero, alla quale lo avea designato la considerazione ch'egli godea
in tutta la cristianità, gli furono cagione di gravi affanni e gli
fecero correre pericolo d'essere scomunicato dal pontefice che
gì' impose di rinunziare ad ogni sua pretesa. La ribellione del
figlio, dei prelati e dei maggiori del regno amareggiarono gli
ultimi giorni della sua esistenza. In mezzo ad una vita cosi agi-
tata è pur maraviglioso il vedere com'egli venisse compiendo
quella grandiosa opera di civiltà, della quale fu il fondatore in
Ispagna. Errori ne commise in politica, ma tutto ciò che seppe
(1) La poesia è nei due canzonieri portoghesi Vaticano 4803 e Colocci-
Brancuti; io la riferisco dalla raccolta del Monaci , Testi basso^latini e
volgari della Spagna, Roma, Forzani, 1891, col. 82, n. Ivij.
(2) M. Lafuente, Historia general de Espana, Barcelona, Muntaner, 1888,
voi. IV, pp. 31 e segg.
(3) Lafuente, Op. cit, IV, pp. 116 e segg.
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BONIFAZIO CALVO 7
fare a vantaggio della legislazione, della lingua, delle scienze e
delle arti resterà sempre monumento gloriosissimo alla sua fama,
e fa dimenticare quello che in lui fu più debolezza di carattere
che mancanza di volontà.
Alfonso X fii scienziato e legista , letterato e poeta : il giorno
stesso della sua esaltazione al trono pubblicò le Tavole astro-
nomiche, che da lui presero il nome di AlfonsinCy e furono la
base degli ulteriori studi di Copernico e di Keplero. Tre anni
dopo dava in luce YEspeio de iodos los derechos e il Ft^ro RecU,
e negli anni seguenti il Setenario, colle quali opere incominciò
la grande riforma legislativa, che raccolta nelle celeberrime Slete
Partidas, forma ancora argomento di studio e di applicazione
ai moderni. Nelle opere storiche, V Estoria d' Espanna e Y Estoria
General, scritte in castigliano, presenti nel secolo decimoterzo
il metodo della critica moderna e diede impulso a quel dialetto
ch'egli ebbe il merito di innalzare alla dignità di linguaggio na-
zionale e dovea essere necessario suggello dell' unità politica
della penisola, per la quale tanto avea combattuto e con buona
fortuna Ferdinando III (1).
Allo studio e all'applicazione delle scienze storiche e giuridiche
accoppiò il culto gentile per la poesia : di lui ci avanzano , ol-
treché un canzoniere profano (2) e uno religioso (3), scritti in
(1) E. Monaci , Le Cantigas de Alfonso El Sàbio , estr. dai Rendiconti
della R. Acc. d. Lincei, serie V, voi. I, fase. 1. Per notizie più particola-
reggiate sulle opere di Alfonso X, vedasi Nicolaus Antonio, BibUotheca
Eispanica Vetus, II; Rodriguez de Castro, Bihliotheca Espanola, li; De
PuYMAiGRE, Vieux auteuvs castillans, I, capp. IX-XUI; De Los Rios, Hi-
storia critica de la Literatura Espanola, voi. Ili, capp. IX-XII. Per il posto
che gli spetta nella letteratura portoghese si veda ora anche Grober, Grun-
driss d. Rom, Phihh, li, 181-6.
(2) Si legge nel Canzoniere portoghese della Vaticana 4803, nn. 61-79,
malamente attribuite prima da alcuni critici ad Alfonso IX e risolutamente
restituite al decimo Alfonso dalla critica acuta del prof. De Lollis, Studi
di filoh rom., fase. 2, pp. 31-66.
(3) Cantigas de Santa Maria de Don Alfonso El Sàbio, las publica la
Real Academia Espanda, 1889, voli. I e II, in-4», edizione veramente regale
della quale parlò il Monaci nella nota Le Cantigas cit.
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8 M. PBLAEZ
gallego, in minor numero versi castiglianì e provenzali (i), e
forse ne scrisse anche in latino, se si deve credere a quel che
riferisce il marchese di Santillana (2). Questa fu l'opera scien-
tifica e letteraria di un monarca che, a mezzo il secolo XIII,
diffondeva in tutta la Spagna fulgori inaspettati di civiltà e, ul-
timo dei monarchi mecenati, volentieri radunava nella sua corte
1 più dotti del tempo: scienziati, letterati e poeti d'ogni paese
e d'ogni religione trovavano presso di lui accoglienza e liberalità.
« Una pittura contemporanea rappresenta Alfonso el Sabio se*
« duto in mezzo della sua corte, in atto di dettare e circondato
« da una turba di maestri e di trovadori, di clerìgos, di giullari
« e di giullaresse, che pendono dal suo labbro, quale ascoltando
« e ammirando, quale scrivendo sulla carta i suoi versi , quale
« intonandoli e adattandovi una melodia sulla viola o sul liuto.
« Nulla di più autentico di quella pittura e di più vero di quella
« scena; per la quale siamo portati nella bella Toledo del sec.XIII,
« entro la reggia , in uno de' suoi maravigliosi ambulacri , ove
« l'arte cristiana e la musulmana avevano fatto a gara per il-
« ludere l'uomo e sollevarlo nel mondo dei sogni. Là Alfonso ac-
^ coglieva il fiore dei dotti e dei poeti del suo tempo. Di quella
« corte scrisse Amador de los Rios che in nulla cedeva alla corte
«del grande Almanon, soprannominato l'Augusto degli Arabi; e
« se oggi a noi non è più dato di riconoscere e di nominare tutte
« quelle figure che vediamo nel quadro a fargli corona, ben pos-
« siamo dire che al loro posto, uno od altro giorno, si trovarono
« molte persone che non ci sono ignote.
« Vi fu Per Abbat, cantore della cappella del re, quegli cui si
« deve l'unica copia rimastaci del poema del Cid ; vi furono Gu-
« glielmo di Saint-Didier, Aimeric de Bdenoi, Guglielmo di Mon-
(1) < versi provenzali gli sono attribuiti da più canzonieri e altri ne
« vengon fuori dal cod. Golocci-Branenti ; nello stesso codice altri suoi ver»
« si trovano in castigliano... >, Monaci, nota cit., p. 8 deirestr.
(2) Il Santillana lo riferisce nella sua famosa CJarta al Gonestabile di
Portogallo, § 16, che cito dall' edizione datane dal Monaci nei suoi Testi
basso-latini cit., col. VI.
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BONIFAZIO CALVO 9
<i tanhagout,FolquetdeLunel, AtdeMons, PeireVilhem, Raimondo
« di Gastelnau, Guiraut de Riquìer e altri trovadori provenzali; vi
« furono Bonifazio Calvo, Brunetto Latini e forse Sordello, italiani;
€ vi furono Pero da Ponte, Pay Gomez Gharinho, Gongal Eanes de
« Vinhal e altri trovadori spagnoli e portoghesi; vi furono Aben-
« Ragel e Alquibicio di Toledo, Aben-Music e Mahomat di Siviglia,
« Giuseppe Aben-Ali e Giacobbe Abuena di Cordova con altri mae-
« stri mussulmani ed israeliti. E là, dove le scienze fisiche e le
<K filosofiche, la giurisprudenza e la storia, la musica e la poesia
« trovavano uguale culto; in quelle prime feste deirintelligenza,
« rese più serene da una sincera tolleranza religiosa, là Alfonso
« passava le sue ore di riposo e di svago » (1).
In questa corte che i poeti contemporanei celebrarono come
la più splendida e Tunica dove ancora si trovassero gioia, sol-
lazzo e cortesia, si svolse in gran parte l'opera poetica di Boni-
fezio Calvo. E fu naturale che là dove si alternavano i diversi
linguaggi dell'occidente latino e perfino l'arabo vi si faceva sen-
tire, là dove il re stesso cantava in castigliano, provenzale, gal-
liziano e latino, Bonifazio provasse in più lingue la sua musa.
Il suo patrimonio poetico, qual'è giunto fino a noi, si compone
di diciannove poesie; non cospicuo invero per quantità, ma, in
compenso, vario di forma e di contenuto. Giacché le diciannove
poesie cantano la guerra, la rettitudine,^ l'amore, la patria; di
esse sedici sono scritte in provenzale, due in galliziano, una è
un discordo poliglotte. Per vero, della splendida corte di Toledo
il solo Alfonso X ci office una tal varietà di linguaggi; si che
possiamo credere che il poeta genovese dovesse colà primeggiare
per ingegno e coltura poetica ; e fra i poeti che vi convenivano
d'ogni paese rappresentare degnamente il nome italiano.
Le poesie del Calvo, tranne quella che diede occasione alla
risposta dello 2k)rzi , e fu principio e cagione dell'amicizia col
trovatore veneziano, sembrano scritte tutte in Ispagna. Rispetto
(1) Monaci, Le Cantigas ecc., pp. 6-7.
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10 M. PELAEZ
al contenuto si possono dividere in tre gruppi: il primo è di
serventesi, per esortare Alfonso X alla guerra (XIII, XIV, XV);
il secondo , di canzoni d' argomento morale (III, VII, IX, X); il
terzo, di canzoni d'amore (I, II, IV, V, VI, Vili, XI, XII, XVI pro-
venzali; I, n portoghesi).
Alfonso, già lo abbiamo detto, non era molto inclinato alle armi,
ma cresciuto quando nel paese risuonavano gloriose le gesta di
Ferdinando III, non poteva, divenuto re, dimenticare il suo do-
vere, ch'era quello di continuare le tradizioni del padre e ter-
minare Topera politica iniziata e cosi bene condotta innanzi da
questo.
Infatti Alfonso X quando sali al trono, nel 1252 (1), confermata
l'antica alleanza con Ben Alhamar, re di Granata, e coU'aiuto di
questo sottomesse alcune altre città, avea in animo di compiere
il disegno già maturato dal padre, di apparecchiare una spedi-
zione contro i mori dell'Africa. Per questo avea fatto edificare
a Siviglia un arsenale per la costruzione di una flotta, ed avea
ricevuto dal pontefice Innocenzo IV non solamente l'approvazione
dell'impresa, ma anche aiuto in denaro. Se non che faccende che
più lo toccavano da vicino lo distrassero da quella spedizione:
anzitutto le pretese di Alfonso III di Portogallo sulla provincia
meridionale d'Algharbe; pretese che furono dapprima abbando-
nate quando Alfonso X^diede in moglie al suo omonimo di Porto-
gallo la propria figlia naturale Beatrice, ma furono da questa
nuovamente messe innanzi dopo le nozze. Alfonso , che amava
moltissimo la figliuola, non seppe dir di no, e cedette a lei ed
al genero la provincia, si che alla fine ì\ re di Portogallo riusci
nel suo intento.
Pareva ora che il re avesse le mani libere per la impresa
africana, quando un altro impedimento ne lo distolse; la que-
stione che ebbe con la reggente di Na varrà. Margherita, vedova
(1) Per tutto quello che si riferisce alle imprese militari di Alfonso X
che avrò occasione di ricordare, cito una volta per tutte il quarto volume
della Storia del Lafuente.
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BONIFAZIO CALVO il
di Teobaldo I, il quale, alla sua morte, avvenuta nel 1253, avea
lasciato due figliuoli di quindici anni, il maggiore di nome, an*
ch^esso. Teobaldo. Già in antico i re di Gastiglia aveano più
volte messo innanzi pretese al possesso della Navarra, si che,
temendo Margherita non avessero queste a rinnovarsi ora du-
rante la sua reggenza, prevenne il pericolo afforzando il suo de-
bole governo con l'alleanza del re Giacomo di Aragona, suocero
di Alfonso, che ne avea sposato la figliuola Violante. Il patto fu
stretto a Tudeia, e per esso Giacomo si obbligò a difenderla da
qualsiasi assalto del re di Gastiglia. Non andò molto infatti che
questi s'avanzò verso i confini del navarrese, con animo d'im-
padronirsi del regno e dei principi. Fedele alla sua promessa
il re aragonese accorse alla difesa della regina , ed ambidue si
apparecchiavano a sostener la battaglia col re di Gastiglia. Ma
la battaglia non avvenne ; narrano gli storici, che onorevoli per-
sonaggi ed alti prelati si offrirono mediatori per la pace, la
quale fu conchiusa quasi subito. Per essa Teobaldo II cominciò
a regnare, riconfermando alla sua famiglia il reame di Navarra ;
per essa Alfonso se ne tornava senza aver nulla ottenuto, senza
alcuna ricompensa, e, dobbiamo dirlo, con poco onore.
A questa guerra allude la poesia XIV del Calvo, che è un ser-
ventese-discordo scritto in tre lingue, provenzale (st. I, IV e
tornada) , forse aragonese (st. II) , e lingua d'oìl (st. III). Nei
primi versi il poeta dice di voler indirizzare un nuovo serven-
tese al re di Gastiglia, perchè non gli pare che abbia volontà di
guerreggiare contro il re di Navarra e il re di Aragona. Ora
Alfonso non ebbe mai durante la sua vita altre occasioni di guer-
reggiare contro i due sovrani riuniti d'Aragona e di Navarra,
fuorché quella cui si riferiscono i fatti che ho narrati; e perciò
il serventese dovette essere scritto in questa occasione, e proba-
bilmente nel tempo in cui, morto Teobaldo I, Alfonso faceva cre-
dere di voler rimettere innanzi le antiche pretese, e la regina Mar-
gherita avea già provveduto alla sua sicurezza stringendo l'al-
r alleanza coli' aragonese. E siccome Teobaldo mori nel luglio
del 1253, e la pace fra Navarra e Gastiglia fu fatta .proprio nel
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12 M. PELAEZ
princìpio del 1254, cosi la composizione della poesia può asse-
gnarsi agli ultirDÌ mesi del 1253 (1).
Alfonso pare fosse incerto sul principio se intraprendere o no
l'impresa e che intanto sì contentasse di minacciar solamente
Margherita ; questo almeno risulta dalla prima e seconda stanza
del serventese, che dovrebbero se non altro rispecchiare, e par che
il poeta lo accenni col verso ottavo, l'opinione comune d'allora:
Un nou sirventes ses tardar
voill al rei de Castella far
car nom sembla, ni pes, ni crei
qu' el aja cor de guerrejar
Navars ni Taragones rei;
Mas leu oug za maintos dizer
que el non los quier cometer
si non de menassas;
In questa seconda stanza, di cui ho riferito i primi versi, a me
par di cogliere alcuni suoni propri del volgare aragonese (2);
si può credere che, volendo Bonifazio spingere Alfonso alla guerra
contro il re d'Aragona, pensasse di punzecchiarlo, facendogli sen-
tire qualche suono di quel volgare che era il linguaggio dell'av-
versario.
(1) Lo ScHULTZ (Op. cit.\ che non mi pare abbia tenuto molto conto delle
ricerche del Mila su i canti storici del Calvo, osserva intorno alla data di
questo serventese : « appartiene probabilmente all'anno 1254, giacché,
« secondo me, egli in esso biasima Alfonso per la sua pigrizia e poca energia
< guerresca. Il che egli avea ragione di fare dopo che fra gli eserciti di
< Alfonso e di Giacomo d'Aragona (i quali nel 1254 si preparavano a com-
< battere) si venne per mezzo di sacerdoti a un accordo ». Il serventese può
anche essere stato scritto nei primissimi del 1254, ma non è possibile che
esso sia , come vuole il critico tedesco , posteriore all' accordo fira i due
eserciti, ossia alla pace fra Navarra e Castiglia. Se così fosse, sarebbe stato
inutile che il Calvo avesse con questo serventese esortato il re a far vedere
soe tend" e son confahn en la terra de la; non solo, ma non potrebbesi in
siffatte condizioni parlare di menassas.
(2) Si vegga la dimostrazione che ho tentato di fare nell'Appendice li.
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BONIFAZIO CALVO 1^
Il poeta continua ricordando al re che chi vuole uscire ono-
revolmente da una guerra, deve porvi, nel farla, pensiero e senno,
cuore e corpo, avere ed amici. Quindi, s'egli desidera ottener
pregio da quello che ha impreso a fare, non s'indugi con mi-
nacce, ma s'affretti: che, se vuole, egli può incontrare nel campo
i due re d'Aragona e di Navarra:
que ja per voir oi comtier
que el puet tost au champ trouer
li doi rei se talent en a.
Ctonclude il poeta avvertendo Alfonso che se egli non fa vedere
al re di Navarra e a quello d'Aragona il suo gonfalone nelle loro-
terre, vi sarà ragione che si dica ciò che taluni già son soliti
dire: ossia, che a lui piace più andare a caccia che vestir l'ar-
matura.
Al medesimo avvenimento crede il Mila che si riferisca la
poesia XV, che è pure un serventese, col quale Bonifazio esorta
il re alla guerra, senza dire però contro chi. Bonifazio desiderava
che il suo signore, che ne avea l'occasione, mostrasse in campa
tutta la sua potenza e tutto il valore di un discendente di Fer-
dinando III. Per questo appunto lo spinge e lo incita alla guerra
con un serventese, la cui intonazione guerresca, specialmente
nelle prime stanze, ricorda le poesie più forti di Bertran de
Bom. Comincia il poeta col dire, che invece di flori ne' ver-
zieri vorrebbe vedere nei campi e nei prati lance e pennoni^
e invece di canti d' uccelli udir trombe , flauti e gran rumore
di colpi ; a lui piace star a cavallo fra il risuonar dell' armi e
il grido dei combattenti, a lui, che è gaio ed agile quando si
trova nella zuffa e nei combattimenti, è desiderato come un
amico nelle necessità.
En luec de verjanz floritz
e foillatz,
volgra per champs e per pratz
ve^er lanzas e penos;
et en luec de chanz d*auzeus,
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14 M. PELàEZ
auzir trompas e flauteus
e granz retinz de colps e de cridanz;
e* adoncs fora cabalos lo mazanz.
Bel m'es lo retinz el critz
dels armatz
can sui ben encavalgatz
et ai bellas garnizos;
car tan gai sui et imeus
a Tencontrar dels tropeus,
com li privat en chambras e parlanz.
Qui par di sentire nel movimento agile ed affrettato del verso
e nell^armonia propria delle parole opportunamente scelte il tin-
tinnire dell'armi, il rumore dei colpi, lo strepito e gli urli dei
combattenti, come il poeta se Timmagina nella fantasia esaltata
dal desiderio della battaglia.
Alfonso, continua il poeta, avrebbe dovuto già esser partito,
seguendo il consiglio dei forti e non de' vili: ma quelli sono ora
scoraggiati dalla poca energia del re, e questi lo piaggiano e men-
dicano da lui favori, promettendo ogni opera, mentre, quando
ce n'è bisogno , dimostrano di non aver il coraggio. Non si af-
fidi dunque il re ai vili pieni di finzione, cui piace più gozzo-
vigliare in casa che, sostenendo fatiche, prendere città, regni e
rendersi pregiati. Pensi infine, che se non approfitta ora del-
l'occasione, mentre es nouveus Vafars, e non rianima ed accende
i suoi guerrieri, gliene può venir tal danno che non basteranno
dieci anni per ripararlo. Vafars noveus è allusione , mi pare,
ad un'impresa incominciata e che, secondo il consiglio del poeta,
conveniva condurre a termine subito; ma è accenno vago che
nulla ci permette di riconnettere con sicurezza alla guerra
contro la Navarra. La poesia potrebbe anche essere stata scritta,
come congettura il Mila , nel!' occasione dell' altra impresa di
Alfonso per la conquista della Guascogna, cui pare si riferisca
la poesia XIII.
Dopo la fallita spedizione di Navarra , Alfonso X desiderava
volgersi finalmente alla spedizione d'Africa, ma un nuovo impe-
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BONIFAZIO CALVO 15
dimento dovette ancora una volta allontanamelo; una guerra
contro il re d'Inghilterra, Enrico III, lo richiamò nel settentrione
della penisola, nei paese dei Guasconi. Questi da qualche tempo
si erano mostrati malcontenti del dominio inglese, e forti del fatto
che la Guascogna aveva appartenuto un tempo alla Gastiglia,
perchè data in dote a Leonora d'Inghilterra, figlia di Enrico II
e moglie di Alfonso Vili di Gastiglia, proponevano al decimo Al-
fonso la rivendicazione de' suoi diritti. Il re acconsenti e inco-
minciò la guerra contro l'Inghilterra. Ma Enrico III, che vedeva
perduta quella provincia, per iscongiurare il pericolo tentò una
via amichevole: mandò ambasciatori ad Alfonso X, pregandolo di
cessare dalle ostilità e chiedendo nello stesso tempo la mano di
Leonora, figliuola di lui, pel principe Edoardo, ai quale avrebbe
ceduto la Guascogna. ' Alfonso accettò con queste condizioni di
trattare la pace, che fu firmata a Burgos il 1° novembre 1254,
e accondiscese al matrimonio, che fu celebrato l'anno medesimo
in Gastiglia con grande solennità. Gosi la storia : secondo la quale
anche questa volta falli ad Alfonso la speranza di allargare i
confini dalla parte settentrionale. Ma la poesia di Bonifazio non
pare s'accordi in tutto coi fatti che abbiamo narrato. E notiamo
subito che Alfonso non ebbe mai a sostenere altre imprese per
la Guascogna, tranne quella di cui s'è parlato, e perciò la poesia
del Galvo non può riferire che ad essa. Vediamo.
Il poeta, avendo sentito dire che Alfonso si propone d'invadere
la Guascogna, è quasi pazzo dalla gioia, e questa gioia trasfonde
in un canto che indirizza al re per accenderlo vieppiù all'im-
presa :
Mout a que sovinenza
non agni de chantar,
mas ar m'en sove, car
aug sai dir e comdar,
quel nostre reis breumenz,
cui que pes nis n'azir,
voi en Gascoign' intrar
ab tal poder de genz, .
qe murs, ni bastimenz
non posca suffrir.
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16 M. PELAEZ
E car ai entendenza
qu*el voi faig encomensar
don polpa 'n luec cobrar
armas e coindejar,
sui tan gaia e jausenz,
qu'eu non penz, ni consir,
mas de joi e de far
zo, per que tost comenz
lo francs reis e valenz,
ab ferra cor de complir.
E seguita dicendo che vuol celebrare il valore del re, affinchè
questi cominci tosto a rivendicare i suoi diritti, in modo che i
Guasconi ed ì Navarresi senza alcuna resistenza si sottomettano
a lui ed egli lì punisca col prenderli e ucciderli
Per que chantan m'agenza
sa grant valor sonar;
car comenz senz tardar
de ses dreitz demandar
tant afortidamenz,
que senz tot contradir
li gascon eill navarr
fasson SOS mandamenz,
e los liur a turmenz
ab prendr* e ab aucir.
Ma questo è in contraddizione con quanto riferiscono gli sto-
rici e confermano i documenti contemporanei , secondo i quali,
come abbiamo già detto, i Guasconi si offrirono spontaneamente
ad Alfonso X. E come questi non dovette combattere che il re
d'Inghilterra per sostenere la loro causa, cosi non poteva avere
ragione alcuna di punirli. Ma ancora più ci maraviglia quel che
dice il Calvo nella stanza seguente, nella quale, con molta effi-
cacia di pensiero e di forma, immagina di vedere il re muovere
contro i nemici e nel loro paese compiere una vera opera di
distruzione, quasi che si trattasse di domare dei ribelli.
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BONIFAZIO CALVO 17
Vejamlo ses bistenza
dreg vas els cavalgar
ab tal esforft, quel par
non posch' en champ trobar;
e lai tant bravamenz
combatr' e envamr
murs tors e peceiar
ordr' e fondr' eissamenz
quels fas8*a sa merce venir.
Ancora si potrebbe osservare : che cosa c'entrano i Navarresi
menzionati coi Guasconi nella stanza precedente a quest*ultima ?
Quanto all'avere il Calvo rappresentato i Guasconi come nemici,
il fatto si può spiegare pensando che il poeta, per quanto si tro-
vasse vicino ad Alfonso, tuttavia non conoscesse le vere ragioni
e le circostanze della guerra. E quanto alla seconda questione
vien subito in mente, che il poeta considerava l'impresa contro
i Guasconi come una buona occasione per ritentare e compiere
nello stesso tempo definitivamente quella contro la Navarra.
IL
Le poesie morali svolgono un argomento comune alle liriche
provenzali di quel tempo: il mondo va male, perchè non sono
più stimati valore e cortesìa, e gli uomini vili sono bene accolti,
lodati e onorati dai signori. Re Alfonso, dice il Calvo, conserva
ancora la buona fama e solo per lui i buoni sperano in un av-
venire migliore.
Noi sappiamo infatti che la splendida corte di Toledo era molto
celebrata dai trovatori; Folquet de Lunel ce ne dà una descri-
zione, in cui è messa in rilievo la liberalità di Alfonso X e dei
suoi cortigiani.
Al bon rey qu'es reys de prete car
Reys de Castella e de Leo
Reys d'aculhir e reys d'onrar
Reys de rendre bon guiardo
PlLAK. 2
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18 M. PBLAEZ
Reys de valors e reys de cortezia
Reys a cui platz joys e solatz tot Fan
Qui voi saber de far boa faitz s'en an,
Qu*en laec del mon tan ben noia apenrìa
Quar el ten cort on fadiar
No8 port nolhs hom boa en son do
E cort ses tolr' e ses forsar
E cort en escot* om razo;
Cort ses erguelh e cort ses vilania,
E cort on an cent donadors que fan
D'aitan rics dos mantas vetz ses deman
Cam de tals reys qu*iea sai quii lor queria (1).
E lo stesso Calvo cantava:
Enquer cab sai dianz e solatz
pos lo mante lo reis n*Anfos,
mas si per lui tot sol no fos
jais agron del tot oblidatz.
La prima lirica di questo gruppo, che ci si presenta, nell'ordine
conservato dai manoscritti, è la terza. Fu scritta alla corte di
Alfonso, come si può vedere dalla quarta e dalla quinta stanza
che riferirò qui appresso. Il poeta, dopo aver esposto una specie
di teoria intomo al donare, dichiara i doveri di chi, regalando,
vuol farsi onore, e si rivolge al re pregandolo che si ricordi dei
suoi canti.
Per que requer' e pregar
.lo rei castellan mi platz
qu el deja mos chanz membrar.
Indi lo ammonisce di non credere
uns sieus privatz,
car il an tal us apres
e tal art, zo il voi aprendre,
que quecs per pauc qu'il n'agues
son pretz volri* escoiscendre.
(1) Ratnouard, ChoicB, VI, p. 239.
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BONIFAZIO CALVO 19
Questa poesia dovette essere occasionata dal fatto, che il poeta
non si vedeva qualche volta ricompensato secondo i suoi meriti
e secondo richiedevano le buone tradizioni della corte. Di ciò
forse erano cagione alcuni cortigiani invidiosi della fortuna e
della stima che presso Alfonso godeva il Calvo, il quale non solo
in questa, ma anche in altre poesie qua e là di ciò si lamenta.
Anche la VII poesia, d' argomento morale, fu scritta alla corte
Vìi Gastiglia, come si può arguire da alcuni passi e, in particolar
modo, dalla tornata. Il poeta ha osservato nel mondo due grandi
ingiustizie che gli paiono insopportabili (qu*eu non pose ges su-
frir): se ad uomo, che mette tutta la sua buona volontà nel fare
il proprio dovere, accade qualche volta di sbagliare, tutti dicon
male di luì; se qualcuno invece acquista ricchezze con azioni
poco degne, tutti affermano ch'egli sa operare saviamente: da
ciò procede che i buoni perdono il coraggio di ben fere, mentre
i malvagi acquistano ardire. Una cosa poi più di tutte irrita
Bonifazio: molti a parole sono pronti a biasimare i malvagi e
lodare i buoni, ma quando si tratta di venire ai fatti nessuno
si cura di essere virtuoso. Secondo lui il male viene dall'alto;
sono i signori che danno il cattivo esempio; essi dunque deb-
bono essere ammoniti. Dal numero di costoro è escluso , s'in-
tende , Alfonso , il quale ama tutto ciò che è bene e disprezza
ogni male, sicché in lui solo ripongono i buoni la fiducia loro.
Nella IX e X poesia, il poeta continua a svolgere il medesimo
argomento della VII. Dice nella prima: un uomo ora è disisti-
mato per tutto quello per cui prima era stimato ; convien quindi
operar male per esser lodato. Egli stesso, il poeta, potrebbe far
ciò e allora sarebbe lodato da questa gente, che giudica cosi
a rovescio; ma il suo sapere e il sentimento del dovere non
glielo permettono. Nella seconda è svolto più ampiamente un
concetto che è soltanto accennato nella VII. La cagione di tanto
traviamento sono i signori, i quali ora hanno messo in dispregio
quel che prima era in onore e in pregio; per questo essi non
hanno fedeli vassalli, per questo spesso ricevono danni e tras-
curano di conquistare paesi, quando ne avrebbero agio e vo-
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20 M. PELAEZ
kmtà. Ghò stanche capitasse presso di loro qualche buon vassallo^
questi per meglio vivere col suo signore ne vuole apprendere e
seguire le abitudini. E qui il poeta ricorda le qualità necessarie
a un buon signore : essere valoroso, pregiato, onorato; ma soprat-
tutto esser largo nel donare. Né il donatore si deve scoraggiare
se il suo dono non è ricambiato: gli basti la stima e la gra*
titudine di tutti coloro che lo conoscono e sanno de' suoi atti.
Questo insistere di Boni&zio sulla importanza del donare, ci mo*
stra ch^egli non era sempre il cantore ideale della rettitudine^
ma che, pur dettando cosi bei precetti, non tralasciava di pen-
sare alla pratica della vita ed alle comodità di essa, che volea
gli fossero fornite dal suo protettore.
Queste due ultime poesie non contengono veramente alcun in-
dizio onde si possano credere scritte in Ispagna alla corte di Al-
fonso: ma il contenuto di esse, cosi affine alle tre precedenti,
può farci abbandonare ogni dubbio. Tutte e cinque appaiono
scritte sul medesimo motivo e ispirate da cause affini, sopra-
tutto dair invidia dei cortigiani; e riflettono, per cosi dire, un
lato della vita del nostro poeta in quella corte. Quivi egli era
molto ben veduto dal re, al quale piacevano i suoi canti e dal
quale era ricompensato. D'altra parte non mancavano colà gl'in-
vidiosi che cercavano di metterlo in mala vista presso il sovrano,
il quale qualche volta , cedendo a' loro istigamenti , trascurava
di ricompensarlo. Le [poesie già esaminate sono dunque come
lo sfogo del Calvo, il quale talora si vedeva preferiti quelli che
non aveano alcun merito, e lanciava i suoi amari serventesi contro
i signori che hanno distrutto il pregio e onorano i malvagi, non
senza fine ironia a danno d'Alfonso; talora si vedeva ricompen-
sato poco convenientemente e scriveva al re per ricordargli i
doveri di chi regalando vuol farsi onore.
Prima di passare all'esame del terzo gruppo delle poesie di
Bonifazio, quello dei canti d'amore, fermiamoci un momento sulla
lirica, che comincia : Enqicer cab sai chanz e solatz (Vili), la
quale, perchè contiene, come già vedemmo, le iodi della corte
d'Alfonso in quella forma che le ha espresse il poeta, dev'essere
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BONIFAZIO CALVO 21
stata scritta indubbiamente a Toledo. Questa poesia ha per noi
unlmportanza particolare, perchè noh solo ei £a conoscere il sen-
timento del poeta intorno airamore, ma anche può giovarci a
ricercare quali fossero le relazioni che correvano tra il monarca
ed il trovatore genovese. Bonifazio Calvo in essa esorta il re a
coltivare Taroore, principio e fondamento del canto e del sol-
lazzo ch'egli protegge.
Enquer cab sai chanz e solatz,
pos lo mante lo reis n'Anfos,
mas si per lui tot sol no fos
jais agron del tot oblidatz;
e pois qu'el los voi mantener
non met' amor a noncaler,
ear swz amor chanz ni solatz no vai
ni a sabor plus que conduitz ses sai.
Non c'è bisogno ch'io metta in evidenza l'efficacia di quest'ul-
timo paragone, col quale si vuol dimostrare l'importanza gran-
dissima dell'amore nella vita gaia e gioiosa di una corte come
quella di Alfonso. Ma il Calvo non si limita a consigliare il re
ad amare; nella quarta stanza allude a qualcosa di più parti-
colare :
E sitot es Tarbres loignatz,
per que il fo Tamars saboros
dei sieu digne frug glorios,
nos laisset tant e tal, c^assatz
pot del mescab restaur' aver;
e car en puesc ben dir lo ver,
faz mon mestier, mas non dirai ges (j[al,
car ai paoi* de plaig descomunal.
Qtii s'accenna, come a me pat chiaro scorgere nel fitto velo
con cui il poeta volle coprire il suo pensiero, qui s'accenna,
dico , ad un amore del re , finito forse per causa di chi n' el*a
Toggetto e al cominciamento d'un nuovo> nel quale il principe
potrà dimenticare l'antico.
Che cosa sia quest'« amaro » che pare ad Alfonso « saporose »
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22 M. PELABZ
non possiamo accertare; ma U mestiere cui accenna il poeta
sulla fine della stanza e ch*egli fa, perchè ha modo di dire il
vero, dey*essere quello che più chiaramente risulta dalla tomada:
ReÌB de Gastell* al mieu parer
beus ai per mon chan faig saber
zo que devia per plazer de tal
queus deu plazer, sius piai zo que mais vai.
A noi, cosi lontani dal tempo in cui visse il Calvo, può certa-
mente, anzi deve fare brutta impressione cotesto mestiere di cui
si vanta il poeta, ma è ragionevole che prima di condannarlo ci
riportiamo alFetà sua e pensiamo che non è nuovo il caso di
trovadori i quali siano i confidenti degli amori dei loro principi.
Poi v*ò di più : la confidenza e Tamicizia d*Alfonso per il Calvo
potevano esser tali da permettere al trovatore di entrare, per
cod dire, nella vita intima di lui (1).
Discernere nelle poesie del Calvo la donna, o meglio le donne,
ch*egli amò non ò agevol cosa : come si sa, era regola pei poeti
provenzali nascondere nelle artificiose tenebre dei loro versi il
vero, si da rendere molte volte impossibile il riconoscimento delle
dame cui rivolgevano il loro iniendimenio\ né per il Calvo ci
troviamo in condizioni diverse.
Anzitutto studiamo le testimonianze che ci avanzano, e prima,
in mancanza di meglio, la notizia data dal Nostradamus, il quale
dice ; < . . . andò alla corte del re Ferrando, che regnava in Ca-
(1) La data di questa poesia non può essere determinata perchè mancano
gli elementi. Il David {Hist. Liti, de la France^ voi. XIX, p. 583) crede che
sia stata scritta nei primi tempi della dimora di Bonifazio in Gastiglia ; ma
ò chiaro, dopo quel che abbiamo veduto, che in essa ci si presenta in istretta
relazione con Alfonso X; e questo non poteva avvenire che dopo un po' di
tempo che il poeta si trovava presso di lui. Il Millot (Sist. liti, des troub»<,
III, 368), a proposito del mestier cui s*accenna nella poesia, biasima il Calvo
e lo accusa < d'avoir employé une voie honteuse pour s'assurer les bienfoits
€ du roi. La fin de cotte pièce décèle les vues suspectes du troubadour ».
Il David (p. 584) cercò invece di interpretare diversamente la parola mestier,
ma il significato ch*egli attribuisce alla parola non può assolutamente con-
venire con tutto quel che è detto nella poesia.
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BONIFAZIO CALVO 23
« stiglia Tanno 1248, ove fu onorevolmente ricevuto; e quel re
« indi a pocQ tempo, per le belle invenzioni e poesie ch'egli com-
€ ponea, il creò cavaliere. Innamorossi quivi di Berlinghiera, ni-
€ potè del re, in onor della quale produsse parecchie belle can-
« zoni » (1). E appresso, riferendo quel che avea scritto Ugo di
S. Gire: « Ugo di S. Cesario dice che essendo uscito di Genova
« Bonifazio, se ne andò da A.lfonso re di Castiglia, e non già da
«Ferrando; e che egli lo mandò al conte di Provenza che gli
« diede in moglie una damigella provenzale della casa de* conti
« di Yentimiglia , colla quale non visse molto tempo » (2). Ugo
di Saint Gire non faceva dunque menzione degli amori di Boni-
fazio in Gastiglia, ma accennava invece al matrimonio di lui con
una damigella dei signori da Yentimiglia. Gli altri biografi di-
cono su per giù lo stesso. Solo lo Zilioli, nelle sue Vite volgari^
ha voluto , pare , conciliare le due narrazioni del Nostradamus
e di Ugo di S. Gire, dicendo che il Galvo servi prima Ferrando
e poi Alfonso X , e fu da ambedue molto bene accolto e rimu-
nerato; ma, sparsasi la fama eh* egli si fosse innamorato di
Bertringhiera {sic), madre del re (non nipote, come dice il
Nostradamus) e che co' suoi versi volesse ridurla a poco onesti
pensieri, fu costretto a partirsi di quella corte. Riparò allora
presso i conti di Provenza, dove condusse in moglie una dama
dei signori da Yentimiglia (3).
Orbene: ch'egli abbia amato una donna d'alto lignaggio afferma
il poeta stesso, come vedremo or ora; non sappiamo però se
questa donna fosse la nipote o la madre del re come alcuni re-
centemente, non so con quali ragioni, hanno affermato (4); che
sia stato alla corte dei conti di Yentimiglia in Provenza e vi abbia
preso moglie può essere, ma la notizia è riferita dal solo Nostra-
damus, ed a questo fantasioso raccontatore delle Vite dei poeti
(1) Op. cit.f loc. cit.
(2) Ivi.
(3) Op, cit., loc. cit.
(4) Gr6bbr, Grundriss d. rom. phil, II, 199. Lo ha ripetuto A. Farinelli
in questo Qiom., XXIV, 217.
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24 M. PELAEZ
provenzali non abbiamo ormai il dovere di credere, quando altre
testimonianze non confermino le sue asserzioni.
Ma esaminiamo le poesie del Calvo e vediamo quali notizie ci
offl*ono intomo agli amori suoi. Leggendole si capisce a bella
prima che non sono dirette a una sola dama (i). Alcune (I, II,
lY) si riferiscono ad un amore non corrisposto e alFimprovviso
troncato dal poeta stesso, il quale ci dà notìzia di ciò con un
serventese (IV), dove è trasfuso tutto lo sdegno dell'animo suo
contro la donna che non avea saputo apprezzare il suo affetto.
In queste tre poesìe, per quanto ricorrano spesso i soliti motivi,
svolti generalmente nei canti trovadorici, tuttavia non manca qua
e là qualche tratto veramente poetico e che sembra rispecchiare
sentimenti propri del rimatore. Si legga, per esempio, la seconda
stanza della poesia I , in cui si descrive la dolcezza provata dal
poeta quando vide sorridere e sospirare la sua donna.
Mout fon corale lo dezirs
ques vene en mon cor assire,
can de sos oils la vi rire
e pensar ab mainz suspirs,
camjan mais de mil colors;
don una douza dolora
m'en vene el cor, que doler
mi fai senes mal aver.
Un altro gruppo (V, VI) di poesie sì riferisce ad un amore per
una dama di nobile stirpe, qualità per la quale teme il poeta che il
suo affetto non possa mai essere ricambiato. Comincia la Y poesia
con una dichiarazione della lealtà colla quale il poeta ama la sua
donna e con un accenno alle gentili qualità di lei:
Fins e lejals mi sui mas,
domna el vostre poder,
eus volli amar e temer
e blandir, car m'a conques
(1) Questo fu già osservato dal Disz, Lehen und Werke, p. 482.
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BONIFAZIO CALVO 36
vostra douza captenenza,
el vostre genz cors honratz,
de quem sui enamoratz
de corteza benevolenza,
e termina colla manifestazione del timore ora accennato:
E prec vos c'ai chaptener
voillatz gardar e non ges
al parage; car temenza
mi fai zo, qaeot m'en sobrats
on plus fort mi conortatz
ab la vostr' umil parvenza.
Pero non tem tant, q^assatz
nom conort la bona fes,
qu*eu ai els respos cortes,
c'alegramenz mi donatz;
mas no i ai tant de plivenza,
qu'esteì ses temenz* aver
car ai mes, ai meu parer,
en trop aut luec m'entendenza.
Qui è efficacemente rappresentato il contrasto tra il pensiero della
nobiltà della donna, che fa disperare al poeta di essere ricam-
biato neiraffetto e la fiducia che pare al poeta talvolta di poter
trarre dalle cortesi risposte che gioiosamente la dama gli ha dato:
ma vince alla fine il pensiero predominante e ritorna tormentoso
alla mente del poeta echeggiando dolorosamente negli ultimi versi
della poesia.
Il motivo della sesta poesia è ancora la nobiltà della dama;
il poeta seguita sempre a credere di non esser degno neanche
di desiderarne Tamore:
Tan auta dompnam fai amar
amors a qu'es tan beli* e pros,
que sol deingnes de dezirar
8*amor non sui, ni voi razos;
tant sobreval queil plaja, qu'eu
Tam ges, ni que m'autrei per sieu.
Mas sabes que delleis m'eschai
per dreig Taffiinz el mais qu'eu ai!
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26 M. PELAEZ
Ma ad onta di ciò non può far a meno di amarla e servirla, nò
può contenere i propri sentimenti , tanto crede di essere stato
onorato da Amore più che alcun altro amante; e tanto si esalta
nelle lodi di lei che giunge a dire:
que si plagues amar a dieu
dompna del mon, avinen piai
auri* en leis, que chausid' ai.
L*ultima stanza di questo componimento è poi notevole, perchè
v*è riconfermato esser la donna amata dal poeta di nobilissimo
«angue. Il Calvo si rivolge ad Alfonso e gli dice:
e 8*il piai quem puege, nim leu,
non voill aillors querre manleu;
c*ab sa valors dir auzarai,
daus on mi ve Tafifanz qu*eu ai.
Al medesimo amore potrebbero riferirsi le due poesie XI e XVI;
ma sono entrambe cosi oscure che riesce molto difficile inten-
derle. Il poeta nella prima (XI) si dichiara scontento delle per-
sone che lo circondano , si da esserne adirato. Quest* ira non
è tanta però quanta dovrebbe essere, perchè il poeta è rallegrato
dairamore, in guisa che non invidia un ricco che sia privo d'a-
more e non si cura dei maligni discorsi dei mal parlier. Però
meglio si comporterebbe coi buoni se l'animo suo fosse intera-
mente sgombro di quell'ira.
S*ieu d'ir' ai meinz que razos non aporta,
e chantan mais comenz par Tuchaizos
qu'er a chantar mes ajud' e socors,
no 8*en meravil hom car mi conorta
rics core, qu*ades m'enan^ em bon esper;
perqu*ieu sui gais e tant senz tot temer
qu*ieu non envei
rie d'amor frei,
nim fan paor
galiador,
ni mal parlier
d'autrui mestier.
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BONIFAZIO CALVO 27
Però s^ieu d'ira fos del tot loingnatz
mieils fora dreitz vas los gent enseignatz.
Leggiamo ora la seconda stanza:
Si m*atrai senz vas TArdit. quem deporta,
tan gen quem mou plus espertz qil joios,
que no m*es grieus capteinz d*avols sengnors;
an sui aizitz cant tenon via torta
e quan del tot fan contra lur dever
car lur afars es mielz per decazer
ab vii derrei
qu'ab seguir lei
que bais folor
e desonor.
E s'ieu en mier
mal, tant sobrier
Mi son estat mei seignor qu'el pechatz
merces mi sembl'e granz humelitatz.
Che cosa è qxxeìV Ardii dato concordemente da tutti i manoscritti?
A tutta prima si giudicherebbe un aggettivo sostantivato che rap-
presenti un senhaL Se non sì spiegasse cosi, non ne verrebbe
alla stanza intera un senso soddisfacente, almeno io non saprei
ricavarlo.
Dice il poeta che il suo senno lo attrae verso Ardita da cui
ha tanta allegrezza che non gì* importa nulla del cattivo con-
tegno dei malvagi signori; ed anzi si compiace quando essi se-
guono una via falsa, perchè cosi possono cader meglio in basso,
laddove seguendo la giustizia, malvagi come sono, la disonore-
rebbero. Infine, accennando al cattivo trattamento che ha rice-
vuto da essi, osserva: se io merito del male, perchè male ho
(atto, quelli, rispetto a me, sono tanto superiori in ciò, che il mio
fallo sembra merito e grande umiltà. Questo passo allusivo a si-
gnori, presso i quali il poeta si trova e dai quali crede di dover
meritare male , esclude , credo , che la poesia sia stata scritta
alla corte di Alfonso X; giacché di questo, anche quando abbia
dovuto lamentarsene, non ha parlato mai in siffatto modo. Leg-
giamo i primi versi della terza stanza :
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28 M. PELAEZ
E si lai vene m'empeinh, ni fùst mi porta
on 68 l'adreitz seigner franca amoros,
en cui 68 finz pretz e vera valors,
ben 6r del tot m*ira delid' e morta.
QuaPè la condizione del poeta come risulta da questi versi? Egli
si trova lungi da un signore franco, amoroso, in cui sono vero
merito e vera cortesia, ma se potrà recarsi da lui (e dal
primo dei versi citati sembra lecito arguire òhe il viaggio do-
vesse farsi per mare) la sua ira sarà sedata. Gotesta ira eviden-
temente è la stessa cui s'accenna nei primi versi della poesia;
ma se in questi il poeta ci dice esser dessa minore di quanto
dovrebbe essere, perchè si sente confortato da Amore, dovremo
convincerci che il franco signore amoroso, il quale distrugge-
rebbe interamente la collera dei Calvo, s'egli fosse vixjino a lui,
non può essere se non la dama, celebrata col finto nome di Ardit
Ma di tener sempre celato il suo dolce mistero si dimentica
una volta il poeta, onde nei versi che seguono immediatamente
a quelli ora citati della terza stanza, continua, usando pronomi
femminili :
e sapchas ben que grieu pot remaner
qu*eu non fassa tant quel posca vezer,
sol m'o autrei
cil, cui soplei
e qu'ea azor
per fin' amor,
ab cor entier;
e s'eu m'enquier
per quem sui tant de lui vezer tardatz,
respondrem pose: per zo qu'a mi non platz.
Dunque: «difficilmente avverrà ch'io mi rechi a veder questo
4 signore franco amoroso, ov'EUa, ch'io adoro finamente con tutto
« il mio cuore, non mei conceda ».
Ma perchè il poeta si trova lontano e aspetta dalla sua donna
il p^mèsso di poter andare a visitarla? Abbiamo visto come ulla
delle donne amate dal Calvo fosse di nobile stirpe, e forse, come
vuole la tradizione, della famiglia stessa di Alfonso. Potrebbe
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BONIFAZIO CALVO 29
darsi che, saputosi deiramore del Calvo, questi fosse stato co-
stretto ad abbandonare la corte di Toledo, andasse presso alcun
altro signore e quivi da lungi cantasse la gioia dell* amor suo,
velandola opportunamente col senhal di Ardtt (1). Alfonso stesso,
probabilmente, volle che s* allontanasse; cosi congetturando,
il passo surriferito meglio si comprenderebbe interpretandolo:
« difficilmente avverrà eh* io non vada a vederla , quand* Ella
< me lo conceda intercedendo presso Alfonso ». U poeta non ha
voluto dire tutto ciò chiaramente, e si capisce il perchè; ma
ha accennato quanto bastava a farcelo intravvedere, prevenendo
una domanda a sé stesso e rispondendo ad essa in un modo assai
evasivo.
Che Alfonso sia colui il quale deve toglierlo da questa condi-
zione» permettendo quasi alla dama di dare al poeta il permesso
di tornare, si può con più sicurezza ricavare dalla penultima
stanza della poesia; vediamo:
Car noill piai genz vils, nil fai ubrir porta
nil agradon savais, ni de sen blos,
ni rics cobes, voìU esser per lui sors
e fors del greu destric, que desconorta
mo8 bienvolenz, o metr* a nonchaler
tot zo quem pot al cobrar prò tener;
car ieu non crei,
que i sian trei,
ni dai seignor
qu*ab gran sabon
ni voluntier,
tan plazentier,
ni tan prò sian, q'ab dreig fos honratz
hom de valor, que per els fos amatz.
Da lui solo dunque, cioè da Alfonso, che stima i valorosi, e gli
altri vili e privi di senno disprezza, vuole il poeta esser tolto
(1) Il significato di Ardit potrebbe far pensare aìVardimento del poeta
di essersi innamorato di una donna di nobil sangue.
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30 M. PELAEZ
dalla distretta in cui sì trova e che spiace a tutti quelli che gli
vogliono bene; altrimenti, trascurerà e metterà in non cale tutto
ciò che potrebbe giovargli a ricuperare la sua pace. E vuole
ciò da lui solo, perchè non crede che ci siano al mondo né tre,
nò due signori dai quali si possa convenientemente essere ono-
rati. Se non ce n'è che uno, secondo il poeta, quest'uno non può
essere che Alfonso, l'ultimo monarca protettore del canto, della
gioia e dell'amore; il più liberale, secondo l'opinione comune dei
trovatori contemporanei.
Nell'ultima stanza della poesia e nella tornata, il poeta dì nuovo
parla dei signori presso i quali si trova, e lamenta che sia tanto
stimata la ricchezza, anche malamente acquistata: a lui non
piace trovarsi in mezzo a questa gente, né si può star pago a
vedere rimeritati quelli che non hanno pregio. « Ma il male,
€ aggiunge, lo fanno i buoni che lodano le azioni dei mal óbrier
€ - rich memcdier, i quali, vedendosi sostenuti, non cambieranno
« modo di vivere >. Ed egli, il poeta, non amerà mai coloro che
si danno a signori ricchi, ma privi di valore.
Anche la poesia XVI può riferirsi a questo amore lontano. È
un lais d'amore, genere poco diffuso nella letteratura provenzale,
e, come gli altri due che si conoscono solamente, qua e là molto
oscuro. Fu scritto certamente in Ispagna, come si ricava dal v. 47
(mivaiM) ar sai en Espainha) e diretto probabilmente a una dama
nobile, perchè al v. 78 è menzionato il suo amore come aut en-
tendre. L'argomento è questo: il poeta si lamenta delle pene
che gli fa soffrire Amore, perchè la sua donna non gliele allevia;
se non che ella non ne ha colpa, giacché non conosce lo stato
del poeta , e non lo conosce perchè egli non si è recato a tro-
varla, come avea promesso.
Mas non Tea vis
queil si' aclis,
con sueil, car ieu non repaire
vas son pais,
con li promis;
e per som liur* ab maltraire,
on plus li sui finz amaire.
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BONIFAZIO CALVO 31
Ma gli ultimi due versi di questa stanza fanno pensare, che la
dama conoscesse le pene delFamante, e solo per non vederselo
vicino, meglio, perch*egli non avea compito la promessa, non
ricambiasse o ricambiasse male 1* amore di lui. Egli scusa la
sua lontananza, dicendo che, pur stando lontano, non si allon-
tana dalla sua donna, giacché cerca di rendersi meritevole del
suo amore in modo che quando ella voglia rivolgergli il suo
amore, non ne abbia a patire alcun danno.
Ja de si no m*an
lueinhan
si tresailan
mi vauc ar sai en Espainha,
com m*empeinh* enan,
pujan
ma valor tan
que SOS valenz pretz nos fraingna,
Nis dechaia, can
semblan,
petit ni gran,
fassa, que vas mi s'afraingna.
car, a lei d*aman,
de dan
la vauc gardan
en tot ques coven es taignha.
E perchè egli, il poeta, è sicuro che quando la sua donna sarà
informata del suo amore, avrà pietà di lui e gli allevierà le pene
U tramet ar
mon lais per far la entendre
Tamor queil port, e aprendre.
Anche qui, dunque, la donna cantata è nobile ; il poeta si trova
lontano da lei e nella condizione di dover disperare di questo
amore se non cercasse d'innalzarsi col merito suo, in modo che
ella non abbia a soffrire alcun danno morale riamandolo.
L'ultima poesia provenzale del gruppo delle amorose è un
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32 M. PELABZ
CoTWj^nto per la m(»*te di una dama , che non sappiamo obi
fòsse. Qai la poesia del Calyo s*innalza a un'altezza ebe non ba
la pari nelle altre liriche. Sono ricordi della bellezza, della bontà,
della gentilezza della donna, uniti ai sospiri e al pianto, che la
sua morte ba cagionato al poeta. Si notino, in ispecial modo^ la
seconda, la quarta e la quinta stanza, delle quali nulla qui rife*
rlsco per non sciupare con brevi citazioni la bellezza della poesia,
che merita di esser letta tutta e ammirata (1).
Non sappiamo a quale amore si riferiscano le due poesie porto-
ghesi (2). Sono due cantigas d'amor, nelle quali è assai bene rap-
presentato lo stato dell'animo del poeta. Nella seconda, special-
mente, aleggia un sentimento di tristezza, che alla fine di ogni
stanza ha la sua eco dolorosa nel ritornello.
Tutte e due queste poesie furono composte, probabilmente, alla
corte di Alfonso; quivi infatti, come vedemmo, era di moda che
i poeti non si servissero sempre del medesimo idioma; e il Calvo
avrà adoperato il galliziano per dimostrare nella corte la sua
perizia anche in questa lingua.
Nella corte di Alfonso, dove avea cantato la guerra, la retti-
tudine e Tamore, non pare che Bonifazio abbia dimorato oltre
il 1260, se pure vi stette fino a questo tempo. Negli anni seguenti
la vita di Alfonso X fti agitata da gravissime lotte per le sue aspi-
razioni alla corona imperiale e per la ribellione del figliuolo
Sancho, fatti che gli procurarono, come abbiam detto, amarezze e
dolori. I trovatori, che negli ultimi anni del suo regno dimora-
rono presso di lui, mostrano d'interessarsi di questi fatti, e nelle
loro poesie alludono ad essi (3). In quelle del Calvo invece non
ve n'è alcuna traccia, né egli, credo, avrebbe mancato d'interes-
(1) Il Millot (Op. cit., p. 367) giudica questa poesìa, ma a torto, diversa-
mente: « 11 y a du sentimenti mais de raffectation dans cotte pièce: elU
€ parait annoncer les concetti d'Italie ».
(2) Il Braga (Gròber, GrundrisSy It, 217) dice senz'altro, senza addurre
però alcuna prova, che furono scritte per la nipote di Alfonso X, Berenguela.
(3) Sì vegga per questi trovatori il libro cit del Milì, pp.2i2 e aegg.
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BONIFAZIO CALVO 33
sarsene se avesse continuato a dimorare in Gastiglìa, come avea
fatto delle guerre dei primi anni del regno di Alfonso. Forse da
quel luogo della Spagna dove, lungi da Toledo, avea cantato la
beila Ardit, passò a Genova senza poter mantenere la promessa
fatta a lei: quivi si trovava senza dubbio nel tempo della pri-
gionia di Bartolomeo Zorzi , col quale ebbe 'scambio di serven-
tesi (1).
Secondo le ultime ricerche dello Scbultz, lo Zorzi fu prigione
dei Genovesi dal 1266 al 1273, sebbene la sua liberazione fosse
stata decretata già fin dal 1272 (2). Cosicché, il serventese del
Calvo, che provocò la risposta del trovatore veneziano, deve porsi
in uno di questi anni.
Fin dal 1255 era scoppiata fiera lotta fra Genovesi e Veneziani,
lotta ch*ebbe il suo principale svolgimento, come si sa, nei mari
d'Oriente, dove le due repubbliche si contendevano il primato
nel commercio, e durò molti anni. Genova intanto era pur af-
flitta da continue lotte intestine: quivi i governi si succedevano
ai governi, e le violenze di chi voleva impossessarsi del supremo
potere non aveano limite. Con tutto ciò i Genovesi sapevano ap-
parecchiare flotte per tener fronte a quelle di Venezia , e nei
momenti di supremo pericolo sapevano far tacere gli odi parti-
giani. Ma la fortuna arrideva alle armi di Venezia, e sebbene
di quando in quando i Genovesi vincessero in qualche scontro,
tuttavia alla fine i Veneziani rimasero di gran lunga superiori.
Nuova guerra riarse dopo il 1266, ma anche questa volta ebbe
i medesimi risultati favorevoli a Venezia (3).
(1) Il MiLLOT {ffist. liu, des troubad,, II) credette che il Calvo, quando
strinse amicizia collo Zorzi , si trovasse sempre in Gastiglia. In una recen-
sione anonima del libro del Millot, pubblicata nel Nuovo Giornale dei let-
terati d^ Italia , Modena , 1776 , t. IX , 74 , è rilevato invece il fatto che il
Calvo dovea trovarsi a Genova.
(2) ScHULTZ, Op. cit,^ nel capitolo sullo Zorzi. 11 Levy, che avea prima
di lui studiato la questione, pone la prigionia fra gli anni 1264-1270.
(3) Per le notizie. riguardanti le guerre tra Genova e Venezia mi son ser-
vito dei secondo volume della Storia documentata di Venezia di S. Ro-
MANiN, Venezia, Naratovich, 1854.
PlLAK. 8
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34 M. pblàbz
A siffaUo stato di cose allude il Calvo col suo canto, nel quale
apparisce il cittadino genovese fortemente addolorato delle scon-
fitte sofferte dalla sua patria , e fa vedere come la lunga di-
mora in Ispagna non avea affievolito in lui Tamore per la città
nativa. Comincia il poeta col dire, che non grimporta nulla di
non essere stimato dai Genovesi (i), perchò non ce n*ò uno fra
essi a cui piaccia pregio; ma gli pesa assai ch'essi siano discordi,
perchè da ciò proveng(mo le sconfitte. Cessi adunque la loro
discordia, cosi metteranno il freno alla bocca dei Veneziani.
Ma, aggiunge, non c'è cosa che tanto dispiaccia ai guerrieri
genovesi quanto la loro concordia, e ch'essa duri tanto che
possano prender vendetta dei Veneziani. Questi biasimi egli ri-
volge a* suoi concittadini ; ma qua e là in tutta la poesia non
dimentica i feroci avversari, i Veneziani, e non tralascia di ab-
bassarne il merito e di lanciare de* colpi che doveano far bol-
lire il sangue al prigioniero veneziano. Dice infatti il Calvo, che
chi vince una gente discorde (come i Genovesi) non può averne
alcuna gloria.
B qui vos venz, ar nos cug quel Q*68chaja
laas ni bon pretz, car nous platz vostre bea,
que Tua a gaug quant a Fautr^es mal pres:
doncs qui venz tan descabdelada gen,
non fai esfortz don pueg em pretz valen.
Inoltre: i Veneziani, perchè sanno che i Genovesi ora non ten-
tano nemmeno di vendicarsi, mostrano che a loro dispiace mol-
tissimo d'essere stati altre volte, in altri tempi, da essi malme-
nati; tempi nei quali non c'era luogo dove non si dicesse, che
trenta veneziani non sostenevano l'impeto di tre genovesi. Sicché,
conchiude , rivolgendosi ai Venezfani : benché Iddio sia stato
loro favorevole ora contro i Genovesi, tuttavia questi tolsero già
tanto a quelli che ne vivono ancora dolenti.
Più imparziale e più ragionevole si mostra lo Zorzi, il quale
(1) Questa frase fa supporre che il Calvo non fosse a Genova stimato, non
sappiamo però per quali ragioni.
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BONIFAZIO CALVO 35
rispose dalla prigione con un serventese, in cui adoperò, secondo
la costumanza poetica, il medesimo metro e le medesime rime
di quello del Calvo.
Lo Zorzi confuta quasi punto per punto quello che avea detto
il Calvo. Anzitutto, egli dice, se il trovatore genovese si fosse ben
consigliato, non avrebbe ricordato ne* suoi versi la disgrazia de*
suoi concittadini vinti e sconfitti dai Veneziani ; disgrazia che non
può essere riparata col dire, che ne è stata causa la discordia.
Doncs si ben fos premiere aconselhatz
pois d'escondir genoes tant s^asaja
non crei qu*el chant agues mainz motz pausatz
qui membrar fan lor sobremortal plaja;
qu*el autreja c'abatutz e mespres
totz lor afars pels Venicians es,
e Tuchaizos, qu'en pauz* en lur conten
non pot donar contrai mal guarimen.
Infatti, osserva giustamente lo Zorzi (e la storia gli dà ragione),
i Genovesi nella guerra coi Veneziani si son mostrati valorosi e
coraggiosi: dunque non pare che la loro discordia li abbia punto
danneggiati :
Gar hom non deu de ren esser blasmatz,
si*l fai cois tanh, ni *s dregz que mal Ten chaja;
doncs pois tan gen guerrejan ses guidatz,
nom par qu'en re lur descortz nogut n*aja,
c'anc al jostar no fo nulh temps que res
mas arditz core falhiment lur fezes,
car il foron totas vez mais de gen
gent acesmat e per un dos soven.
Più di tutto poi bruciava allo Zorzi sentir dire dal Calvo, che
una volta trenta Veneziani non sostenevano l'impeto di tre Geno-
vesi, e malgrado che avesse riconosciuto, nei primi versi del suo
serventese, il valore dei Genovesi , ora non può contenersi ed
esclama schiettamente:
Ma s'el volgues semblar enrazonatz
non degra pos dir razon tant savaja
PlLAIZ. 3*
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36 M. PBLABZ
ni que trai flao valgron trenta prezakz.
Pero dels tres nom par respos s^eschiga,
don ieu m'en pas
Il veneziano non crede nemmeno di dover rispondere airaccusa,
e forse non potea dire di più né meglio, chiamando i tre geno-
vesi irei flac. E presto viene alla conclusione, dicendo che or-
mai gli pare d'aver detto troppo, e se al Calvo non basta
s'el no,8*en apcja
De Venecians queirals lor faitz honratz
Els grans conquistz faitz ab valor ver^ja
E cum eran vencut li genoes
Et en anta Tenperador greos mes,
E jutgara pois sii valon nien;
Qa*ieu non ai plus de respondre talen*
Narra la biografia provenzale dello Zorzi con una semplicità
che ha del poetico, come, dopo che il trovatore veneziano ebbe
scusati i Veneziani e incolpati i Genovesi , « Bonifazio si tenne
« per incolpato di ciò ch'egli avea detto; e perciò ritornarono
« l'uno all'altro e furono amici ». Ed è bello pensare a questo
poeta veneziano, prigione dei Genovesi, che, fra i ceppi de' ne-
mici, osa levare libero il suo canto per difendwe l'onore delia
patria, ed apertamente, pur riconoscendo il valore dei Genovesi,
esclama nella prima tornata:
Venecian, qui ditz quelh Genoes
Vos an faig dan nius an en dolor mes,
Vostr' onrant pretz non sap ni! dan cozen,
Que lur avez fait d'aver ni de gen.
Più bello l'invito ch'egli fa al Calvo, che il suo.serventese non
gli torni sgradito, né egli se ne sdegni, né risponda, perché dal
tacere grata cortesia viene (1).
<1) Oltre le poesie di cui al^namo parlato, si ha notizia di due tenzoni e
di un trattato Beh courals amadours^ che non sono giuBti fino a noi. Le
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BONIFAZIO CALVO 37
Bonifacì Cairo, mon sirventes
Vos man eus prec quel dira nous enoi gas
Quar del taisser grat corteziam ren
E majormenz dels genoes Tenten (1).
m.
L'arte ritmica nelle poesie di Bonifazio Calvo non presenta ir-
regolarità né innovazioni notevoli: queste si riducono all'avere
egli adoperato in poche poesie un ordinamento di rime che non
riscontrasi in alcun'altra poesia per quanto ho potuto verificare
io (2); quelle sono tali che non alterano sostanzialmente la strut-
tura normale della stanza trobadorica, e di esse sarà iktto cenno
via via neìY Appendice /, che abbiamo dedicata all'analisi metrica.
I metri sono vari, e i principali della lirica provenzale sono tutti
rappresentati: la canzone, il verso, il serventese e anche il dis-
cordo poliglotto, che è l'unico esempio che si conosca dopo quello
di Rambaldo di Vaqueiras, e il LaiSy di cui non si conoscono nella
lirica provenzale che altri due esempi (3). Quanto al discordo
poliglotto, è da osservare che esso diflTerisce da quello del Va-
queiras e per la forma e pel contenuto. La nostra poesia è un
serventese d'argomento storico, quella di Rambaldo una canzone
amorosa (4). Il serventese discordo di Bonifazio è dunque un
due tenzoni , una col trovatore suo concittadino Luchetto Gattilusi , la se-
conda con Li Scot, pur genovese, secondo le conclusioni dello Schultz, si
trovano citate neirindice del Canzoniere provenzale perduto di Bernardo
Amoros. Gfr. Jahrbuch fur rom, und engl, Liter,, XI, 15-16. Dell'operetta
Dels courah amadours ci dà notizia il Nostradamus: ma è testimonianza
unica, e perciò è lecito dubitare, come abbiamo avuto occasione dire un altra
volta, della sua autenticità.
(1) Si vegga il serventese dello Zorzi nella edizione delle Poesie^ curata
dal Lbyt, Halle, Niemeyer, 1883L
(2) È stato fondamento alle mie ricerche il libretto del Maus, Peire Car-
denals Strophenbau in seinen Verhàltniss zu dem anderer Trobadors,
Marburg, 1884.
(3) Editi dal Bartsch, in Zeitsch, f. r. Phil, I, 58-78.
(4) Si può vederne un'edizione nei Textes has-latins etc. del Meybr, p. 89.
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38 M. PBLABZ
nuovo esempio deirartiflcio poetico, onde si compiacquero i tro-
vatori di Provenza anche più famosi; più importante per noi,
che ci mostra quanto i nostri rimatori in lingua provenzale del
secolo XIII conoscessero la tecnica metrica della lirica occitanica.
Secondo risulta poi dagli schemi pubblicati in appendice , il
numero delle stanze nelle poesie del Calvo è quasi sempre di
cinque, una volta sola (nella XIV) è di quattro, e un'altra (nella XVI)
di undici, ma per questa bisogna ricordare che il metro è quello
irregolare del Lais. Il numero dei versi di ciascuna stanza varia
da sette a quattordici versi, ma questo numero, che è assai no-
tevole, ricorre una volta sola nella poesia XL II Calvo adoperò
quasi ogni specie di verso; da quello di due sillabe, che ricorre
però solamente nel Lais^ a quello di dieci sillabe; il sonarlo, il
settenario, Tottonario e il decasillabo, ora da soli, ora mescolati
fra loro con altre specie di versi; gli altri, cioè quelli di due
sillabe, il ternario, il quaternario e il quinario sempre in mesco-
lanza. Nella quale vengono a trovarsi attigui versi di natura
giambica a versi di natura trocaica, come è comune nella poesia
trovadorica; e del resto questi cozzi ritmici venivano a essere
livellati dal canto e dalla musica. Per rispetto al collegamento
delle stanze per mezzo delle rime, ricorre quasi sempre il tipo
delle coblas unissonanz. La struttura del verso non presenta
nulla d'irregolare, la cesura del decasillabo è sempre dopo la
quarta sillaba, e anche negli altri versi è sempre nel luogo in-
dicato dalle Leys. Nelle rime non troviamo nulla che non sia
conforme alle regole esposte nelle Leys e per rispetto alla di-
stinzione in aperte e chiuse, se è vero che fosse una norma co-
stante nella poesia trovadorica provenzale, sono tutte esatte. Di
rime non comuni e non approvate dalle Leys notiamo solo la
sonansa borda (1) uchaizos: socors, XI, 2, 3, e cosi anche nelle
altre stanze della poesia.
Non abbiamo fatto cenno dell'altra poesia bilingue di Rambaldo perchè
essa è più propriamente un Contrasto, Gfr. Grbsgini, Per gli studi romanzi ^
Padova, Draghi, 1892, pp. 33 e segg.
(1) Leys, 1, 152.
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BONIFAZIO CALVO 39
Nelle due poesie galliziane , che sono due carUigas d'amor,
nulla v*è da osservare quanto alla metrica ; il Calvo dimostra in
psse piena conoscenza della poetica portoghese e in una ha ado-
perato perfino VestribUho o ritornello caratteristico della poesia
trovadorica portoghese.
Dopo aver esaminato il contenuto e la metrica delle poesie del
Calvo, vediamo che cosa si può dire del loro valore poetico.
Le poesie, in cui canta la rettitudine, la guerra, Tamore e la
patria, ci dimostrano la varietà degli argomenti in cui si esplicò
Tarte sua; in tutte noi possiamo ammirare una certa forza di
pensiero: nelle guerresche e nelle morali sopratutto. In queste
ci appare il carattere delFuomo disdegnoso di qualsiasi bassezza
e sempre desideroso d'innalzarsi; in quelle non è il poeta che
canta la guerra per la guerra, come Bertran dal Born che go-
deva in accender contese fra i principi, ma canta la guerra come
opera necessaria, perchè Alfonso X possa sostenere i suoi diritti,
e trasfonde nei canti tutto l'entusiasmo che sentiva per essa.
Gentilezza di pensiero e affetto veramente sentito sono le ca-
ratteristiche delle poesie d*amore che ci ricordano qualche volta
il classico cantore limosino Bernardo da Ventadorn: basterebbe,
credo, la sola poesia per la morte della sua donna a confer-
mare il mio giudizio. Queste due qualità sono da rilevarsi perchè
non vien fatto di poterle notar sempre nelle poesie de* trovatori
provenzali.
Per la forma ci pare sia lecito dire del Calvo quello che non
si può di tutti gli altri trovatori italiani che hanno scritto in
provenzale. Il Calvo, genovese di nascita, dimostra nelle sue poesie
non solo di conoscere, ma di possedere pienamente il linguaggio
e la poetica del mezzogiorno della Francia ; dimostra di possedere
pienamente il linguaggio e la poetica della Gallizia: non sap-
piamo se lo stesso possa dirsi del castigliano e del francese, dei
quali idiomi ci ha lasciato troppo umili saggi.
Nelle sue poesie non si riscontra mai alcuna irregolarità né
nella grammatica, né nella poetica ; mai alcuna traccia d'influenza
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40 H. PBLABZ
italiana nella lingua; per contrario, indizi certi della sicurezza
colla quale adoperava i due linguaggi a lui stranieri, e della
franchezza colla quale in essi muovevasi il suo pensiero. Egli ^
mostra, in una parola, di saper pensare in queste due lìngue, e
per convincersene basta osservare il modo diverso con cui è
concepito ed espresso Tamore nelle poesie provenzali e in quelle
galliziane. Le ragioni di questa perfetta conoscenza che avea il
Calvo del provenzale e anche del galliziano, a differenza degli
altri italiani che si provarono nel provenzale, non si possono
facilmente determinare (1) : certo a lui giovò non poco l'essersi
trovato in Gastiglia alla corte di Alfonso X, dove potò esercitarsi
assai bene, ammaestrato dai trovadori provenzali e spagnuoli.
Le poesie provenzali di Bonifazio Calvo si conservano in tre
manoscritti, due della Biblioteca Nazionale di Parigi (12473 (K)
e. 79^-82^ 854 (I) e. 95-98) e uno della Biblioteca Estense di
Modena (XVIL P. 6.(d) e. 266» -271*») (2). I e K sono degli
ultimi anni del secolo XIII, ma risalgono ad una fonte forse più
antica (3) ; le loro relazioni sono state già studiate da alcuni
eruditi, i quali convengono tutti neiraffermare la loro parentela.
Il Raynouard, che fU il primo a parlarne, concluse che I sia la
fonte di K; il Bartsch (4) crede che I e K provengano da una
' (1) La questione particolare al Calvo si ricollega con quella generale che
si riferisce allo studio del provenzale in Italia in quei tempi. Le ricerche
fatte sino ad ora non sono sufficienti a spiegare non il fatto, ma il modo
come si generò il fatto. Come, per esempio, maestro Ferrarino giunse a
tanta perfezione nella conoscenza del provenzale? A questo e ad altri que-
siti potrà rispondere una storia degli studi provenzali che molti studiosi
desiderano.
(2) Per la descrizione di questi mss. rimando : per K al Raynouard, Choix,
II, GLYIII e alle rettificazioni del Db Nolhag, La Bibl, de Fulvio Orsini,
Paris, 1887, p. 313, n. 3; per 1 al Raynouard, Op. cit.^ pp. clv-clvi e al
Catalogne des manuscrits frangais, Paris, Didot, 1868, I, 123; per d ai
MussAFiA, Del codice estense di rime provenzali, in Sitzungsherichte d. k,
Akad. d. Wissenschaften zu Wien, Ph. hist., GÌ., LV, 423.
(3) Vedi Mbybr, Revue critique, 1867, voi. II, pp. 90-94.
(4) Nella sua edizione del trovatore Peire Yidal.
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BONIFAZIO CALVO 41
medesima fonte; il Grober (i), che riassunse la questione nel
suo lavoro sui canzonieri provenzali, s* aitane all'opinione del
Bartsch. La questione non è facile a risolversi e non si potrà
ad ogni modo risolvere finché non si esamini la lezione di tutti
e due i canzonieri per intero, giacché finora non sono stati stu-
diati che per quello che riguarda qualche singolo trovatore.
Fortunatamente per il nostro non importa risolverla, perchè
nelle poesie del Calvo i due manoscritti generalmente non pre-
sentano che lievi divergenze grafiche.
Il manoscritto estense è pur esso l^ato dì parentela coi due
parigini; si sa che consta di due parti, una membranacea (D)
del 1254 e una cartacea (d) più recente del sec. XVI, nella quale
trovansi le poesie del nostra II Mussafia, primo illustratore del
manoscritto, osservò la grande affinità di lezione cm K; il &tto
fu confermato in seguito da altri studiosi, le cui opinioni rias-
sunse e confortò di nuove prove il Suchier {2\ e di esso non si
può ormai più dubitare dopo le osservazioni del De Lollis. È noto
infatti che K contiene una serie di postille di mano del Bembo;
orbene, alcune di esse sono richiami al codice Estense, come
può verificare ognuno consultando la descrizione di d data dal
Mussafia e confrontando con essa i richiami del Bembo pubbli-
cati dal De Lollis, il quale conchiude: « Assicurati cosi che il
« parigino 12473 e Testense appartennero al Bembo , e data la
« strettissima affinità della parte cartacea del codice estense e
« del parigino K, ci pare sia proprio da arrischiare l'ipotesi che
« quella sia stata compilata dal Bembo stesso a base del ms. di
« cui facea maggior conto, lo stesso parigino 12478. Del resto
« alla derivazione immediata di (2 da K si à più volte e da più
« parti accennato; ma di essa non si può ormai più dubitare,
« che i fotti che io metto qui i;i rilievo ci fanno anche cono-
(1) Ueber die Liedersénnmlungen der Troubadours^ in Romam9c?èe Stth
dien, voi. II, pp. 465466.
(2) Der Papieme Theil der Modenaer Troubadourkandschrift^ in Zeit
f. rom, Philohy IV, pp. 72-3.
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42 M. PELABZ
« scere le circostanze che occasionarono tale derivazione » (i).
Cosicché il compito per la ricostituzione del testo delle poesie
del Calvo è ben facile: escluso il codice Estense, che è copia, e
come ho potuto verificare io (2) scorretta, di K, non resta che
a scegliere o questo od I, che, come dissi, non differisce dal primo
che per lievi divergenze grafiche. Io seguo la grafia di I cor-
reggendola^ le rare volte che occorre, con K, di cui do sempre
le varianti in nota. L* ordine col quale pubblico le poesie è il
medesimo che si riscontra nei due codici I e K, che anche in
questo sono identici ; ogni altro ordine, non potendosi seguire il
cronologico per mancanza di dati, mi è sembrato inopportuno
considerato il numero esiguo delle poesie (3).
A complemento delle notizie date sui manoscritti debbo ag-
giungere, che le poesie del Calvo si trovavano anche nel Canzo-
niere provenzale del conte di Sault, canzoniere che ebbe a mano
il Nostradamus, il quale assicura nella prefazione alle sue Vies:
€ auoir veu et leu deux grands tomes diuers escripts en lettre
€ de forme sur parchemin illuminez d'or et d'azur, qui sont dans
« les Archifs du Seigneur Comte de Sault, ausquels sont descrites
€ en lettre rouge, les vies des Poetes Prouensaux et leur Poesies
« en lettre noire, en leur idiomat, en nombre de plus de quatre
« vingts » (4).
Alcune notizie intorno ai poeti contenuti in questi due tomi
ci dà il medesimo Nostradamus in un suo glossario fìrancese-
(1) Romania, IX, p. 467.
(2) Debbo la lezione di d per alcune poesie del Calvo al dr. Carlo Frati,
bibliotecario dell'Estense, cui rendo qui le debite grazie.
(3) Per la poesia XVI, che manca in /, seguo la lezione di K, ma ho te-
nuto conto questa volta, e con profitto, anche di d, giacché K in questo luogo
è molto sbiadito. Avverto ancora che nel riprodurre la lezione di I sciolgo
qu in qtteu e g iti que^ perchè tale è la lezione del codice nella maggior
parte dei casi che ci presentano le forme complete. La copia delle poesìe,
secondo la lezione di /, debbo alla cortesia del dr. Gauchat e del sig. Mi-
chel Deprez, conservatore dei manoscritti nella Biblioteca Nazionale di Parigi;
la copia delle poesie, secondo la lezione di K, al prof. Cesare De Lollis, ai
quali tutti mi professo qui immensamente grato.
(4) Pag. 13.
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BONIFAZIO CALVO 43
provenzale inedito: quivi infatti sono citati dai due tomi, fra gli
altri, alcuni versi delle poesie di Bonifazio Calvo :
Fin e lyal my soy mes
Domna en vostre poder;
Vous voly amar, e tener,
E blandir, car m*a conques
Vostra doulsa captenensa
E vostre gent oorps honrats.
(Dalla poesia Fis e lejals, n. V).
E sei rey Namphous qu^es senatz
En tous fachs, e valent e prous
Lanza mous dig, es ben razos
Quel dei* esser enamoratvt
Ben vendra tal guizardos
Qu'en seray trist e consiros.
(Dalla poesia Enquer cab^ n. Vili).
Da alcune indicazioni forniteci da altre carte inedite del
Nostradamus si rileva che le poesie del Calvo nel canzoniere
di Sault cominciavano a car. 43 e finivano a car. 48: ora siccome
quel canzoniere, per testimonianza dello stesso Nostradamus, era
in formato grande, cosi è da credere che le 17 poesie provenzali
del trovatore genovese vi fossero contenute tutte (1),
Le due poesie galliziane del Calvo sono conservate in due ma-
noscritti: nei canzoniere della Real Biblioteca d'Ajuda (A) (f.« 102»-
102* ) e nel canzoniere Golocci-Brancuti (B) (car. 98*-<^ ). Il primo
è In pergamena del sec. XIII e XIY; il secondo cartaceo della
fine del sec. XV o del principio del XVI fu posseduto già dal no-
stro Angelo Colocci e da lui medesimo completato coiraiuto di
un altro codice nelle lacune che presentava, e postillato ; ora è
(1) Sulle fonti di cui si giovò il Nostradamus si veda P. Mbyer, Les
demiers trouhadours de la Provence, in Bibl. d. VÉcole des chartes, XXX,
259. A uno studio completo sulle fonti dei N. e alla edizione delle Vite e
dei glossario attende il prof. G. Ghabaneau, alla cui cortesia debbo le no**
tizie comunicatemi sul glossario francese-provenzale.
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44 M. PBLAEZ
di proprietà del prof. Ernesto Monaci (1). Questi due canzonieri
rispetto alla loro origine sono indi pendenti (2): io, per la edizione
delle due poesie del Calvo, seguo la grafia del Golocci-Brancuti,
che non differisce molto da quella del codice d*Ajuda, del quale
per altro do sempre in nota le varianti (3).
Le due poesie si trovavano anche nel canzoniere portoghese
perduto, del quale Angelo Golocci compilò il catalogo dei poeti,
che primo fece conoscere il prof Ernesto Monaci. In questo ca-
talogo il nome del Calvo è al n"" 449, dove si legge: « bonifaz
« de lenoa vide bembo ms. Bonifazio Calvo de genoa »; il ri-
mando al ms. del Bembo si riferisce al canzoniere provenzale
12473, che, come è noto, fu posseduto dal Bembo (4) e, come
s'è visto, contiene le poesie provenzali del trovatore genovese.
(1) Il codice della biblioteca d*Ajuda fu pubblicato la prima volta nel
1823 da Lord Carlos Stuart Rothsoy in edizione diplomatica di 25 esemplari,
di cui non posso dare le indicazioni bibliografiche per non averla vista mai ;
poi dal Vnrnhagbn nel 1878 col titolo Trovas e cantares de um codice
do XIV seculo. Per la descrizione e per la storia di questo canzoniere si
veda Tarticolo di Thbophilo Braga nella Revista de estudos livres^ 11, 607.
Del cod. Brancuti diede una prima notizia Enrico Moltbni, in Giornale
di fi, romanza^ I, 1878, pp. 190-1; poi fu da lui medesimo pubblicato,
nelle parti che completano il canzoniere Vaticano 4803, nel voi. II delle
Communicazioni dalle Bihl. di Roma ecc., a cura di E. Monaci, Halle,
Niemeyér, 1880.
(2) Revista de estttdos livres^ II, 607 e sgg.
(3) La lezione del codice d'Ajuda fu riveduta per me sopra una copia esat-
tissima posseduta dalla Accademia di Lisbona dair illustre prof. Theophilo
Braga, al quale rendo qui vivissimi ringraziamenti.
(4) Vedi le Communicazioni cit., voi. I, p. xx, dove è pubblicato il cata-
logo colocciano dei poeti portoghesi del codice perduto.
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RIME PROVENZALI
195t?. K79r.
Temps e luecs, a mos sabers,
si saup, es d'avinen dire,
pois c^amors ma faig eslìre
leis, OH es gaugz e plazers,
beutatz, senz, pretz e yalors; 5
doncs pois tan m* enan// amors
qu* eu am tal doron* e dezir,
non dei a bos motz faiilir.
Mout fon corals Io dezirs
ques vene en mon cor assire, 10
can de sos oils la vi rire
e pensar ab mainz suspirs,
camjant mais de mii colors;
(*) La variante che non ha indicazione di codice è di K.
1 luec IK. 7 qeu.
3 puois. 12 suspir.
4 gang I.
FKLAXt.
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46
M. PELAEZ
don una douza dolors
m* en vene el cor, que doler 15
mi fai senes mal aver.
Non es renda ni avers
per qu' eu camjes mon martire ;
tant fort mi piai e i* azire ,
e' aissi entre dos volers 20
m* estauc ab ris et ab plors ,
ab trebaill et ab douzors;
aissim cug jauzenz languir
tant, qu' il deing mos precs auzir.
Gar tant nom greval languirs 25
qu'eu ja vas autral cor vire;
anz r am mi! tanz e dezire
on pieg n' ai , car sos genz dirs,
SOS senz e sas granz lauzors
m' an si conques, per e' aillors 30
non poiria conquerer
joi, quem pogues ren valer.
Gar Io sobraltius valers
de lei, cui sui finz servire,
es tant sobre tot consire, 35
el sieus bonratz chapteners
es tant genzer dels gensors,
qu' eu sui tant en gran joi sors ,
que d'als nom pot jois venir,
qu' eu ren pretz ni deja grazir. 40
li.
I95t>. K79r.
Er quan vei glassatz los rius,
el freitz es enics e fers,
14 douga. 32 qem.
15 qe. 34 leis.
18 qieu. 37 genzors.
22 trebail. 38 qen soi.
26 queu. 39 qe.
3© conqes. 40 qeu.
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BONIFAZIO CALVO 47
que torz e fen, sech' e trencha,
chant eu trop miels q' en abril ;
q' encontr' amor, qae tot m' art, 5
m' ajudal temps quem refreja,
per que tant nom greval fuecs.
DoQcs pois ar m' es agradìus
lo temps, farai un nou vers
d' amor, quem dona V empeincha 10
vas un gai cors seingnoril,
gent complit de bel esgart;
e si lai mos cors espleja.
Io maitraigz m' er gaugz e juecs.
Si farà qu*anc non fo vius 15
hom, tant fos aclis ni sere
vas si dons; car ieu, ses fencha,
am, ab fin cor e burnii,
lo sieu prezat core gaillart;
e s' er mos vois nom autreja , 20
crei que venral temps el luecs.
Per que son vueg et esquius
d* autr' amistat et ostiere
e fins plus queil negra teincha
vas leis, cui mos precs apil; 25
e* aissi con lo sieu mi gart
dal greu turmen quem guerreja
tant, qu'en sui prò vetz blancs gruecs.
E tant m' es sobriere sos brius,
quem par quem fraingn' en travera, 30
per qu'er tost ma forz' estencha,
s' amore nom socor, mas il
3 qe K; totz IK. 23 estere.
6 qem. 24 qeil.
7 qe. 25 E vas I ; mes K.
S pueis. 27 grieu . . . qem.
10 qem. 28 qen.
14 Loe mal trag mer gaug ei uecs I. 29 sobrere.
15 qanc. 30 quen . . . quen I.
19 gailhart. 30 qer.
22 ueig et esqius.
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48
M. PELAEZ
non fai, viatz ni tart;
mas zom fraing tot em peceja,
qe nul tempa no m*en fail la«C8.
35
111.
I95p. K79r.
Qui a taien de donar
tal don que.sìa lauzatz
entrels savia, deu pensar
tres chauzas, ben o sapchatz:
cais es el eis taing ques penz,
e cals cel quel don deu penre,
e cals lo dos; q'estiers res
noi pot de blasme defifendre.
Qu'om don tan gran non deu dar
qu'en sia trop fort grevatz,
ni tant pauc qu*a soanar
taingna cellui qui er datz;
ni dons avinenz non es,
c'om lon poiria reprendre
chauzir, qu*el non saubes
zo ques taing a far entendre.
E quant hom per si honrar
dal sieu e n'es desonratz,
nos pot majorment desfar,
qu'avers e Thonors prezatz
vai mais que nuls autre bes.
10
i5
20
33 viaz.
2 domna I che non può stare
anche per la misura del verso.
5 qes.
6 qel.
9 qom.
10 qen.
il tan ... qa.
35 que K; faill huecà IK.
12 Io taingna I K. qer K.
13 dos.
15 qel.
16 tain.
17 E cant.
18 deshonratz.
21 qe.
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BONIFAZIO CALVO
doncs quils pert, non pot contendre
que d'autra guiza pogues
tan bas sa valor descendre.
Per que requer' e pregar 25
lo rei castellali mi platz,
qu*el deja mos chanz menbrar,
e non crej* uns sieus privatz;
car il an tal us apres
e tal art, zoil voi aprendre, 30
que quecs, per pauc qu'el n*agues,
son pretz volri* escoiscendre.
Tant mi fai ma dompn' amar
amors, qu'en sui fols jutgatz,
que can deuha poingnai* 35
el rei de servir, li fatz
plazers; e non m'en tueil ges,
car sai qu'il m*en degra rendre
bon guierdon, sii plagues
adreg sa merce despendre. 40
49
IV.
1 96r.
K 19 V.
Lo majer senz, c'om en se puosc* aver,
es saber far qu*aja luec sa valors,
car ges estiers non pot far per qu'el sia
pros, ni prezatz, ni grazitz, ni honratz;
per quem sui trop folamenz capdellatz,
car en servir leis, que non entendia
22 qils.
23 qe.
25 qe reqere.
26 castelan.
27 membrar.
1 puesc.
31 qecs.
33 domna.
34 qen K; iutgatz I.
35 qe . . . poingnhar.
39 guiardon.
5 qem sui trop solamenz.
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50 M. PELAEZ
que mos servirs li fos pretz ni bonors,
mescabei tant, qu*eram fai trop doler.
E s'ieu anc jorn mis tant a noncbaler
mon sen, qu*en luec mi pogues metr*amors, 10
o non valgues amar senes bauzia,
ni genz servirs, ben m'en sui cbastiatz;
e s'ieu com fols ai estat malmenatz,
non s'en pretz mais cil qu'en vii mi tenia,
car ab mo sen revenrai tost aiiiors, 15
don valra meinz, car nom saup i-etener.
Car eu, que suoill sa beutat, son valer
e son pretz enantir mest los meillors,
m'en giquirai, car pieg far noill poiria,
e s*ieu pogues, no i es ma voluntatz; 20
car ieu vas ren non dei esser iratz,
mas vas mon cor, quem mes en la fullia,
don mi reman perda et desonors;
per qu'eu Tazir tant fort com n'ai poder.
E jamais non farai a son voler 25
de creire bueils, ni senblanz tricbadors,
car cel es fols qui per fol cor se guia;
mas cant mos cors er ben dreg e senatz,
adone volrai per lui esser guiatz.
pero el ben oimais saber deuria, 30
cai frug sap far leujari* e follors,
e cai pretz n'a qui las voi mantener.
Per qu'eu oimais de lui bos faitz esper,
e vuoil ab lui querr' ajud' e socors
az amor, car senes leis non sabria 35
viure jauzenz, tant mi platz s'amistatz;
8 Così K; era I; K truep. 26 qeire... semblanzK; boeilsIK.
11 On. 27 qi.
13 Et sieu con. 28 duegz.
14 qen. 29 adon.
17 sueil. 32 e tal pretz.
19 giqirai . . . piegz . . . noil. 33 qieu.
22 qem. 34 voil . . . qerr.
23 e desbonors. 36 samistat.
24 quien.
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BONIFAZIO CALVO 51
cap damor mou deportz, chanz e solatz,
valors verai' e tota cortezia;
per c*om deu contar mest los sordejors
totz cela que puinhon en leis dechazer.
I96r. K79t).
Finz e lejals mi sui mes,
domna, el vostre poder,
c'us voill amar e temer
e blandir, car m'a conques
vostra douza captenenza, 5
el vostre genz cors honratz;
de quem sui enamoratz
de corteza benvolenza.
Nuiirautra dompna nom platz
tant qan, ni amar pogues, 10
mas vos sola, douza res,
a cui dei 'tot mi sui datz;
et ab aitai covinenza
voill quem dejatz retener;
domna, so deingnatz voler, 15
pois c'autr'amar nom agenza.
El vostre gran sen esper
qu'eu non serai soanatz,
per queus servirai em patz
tant qant aurai de saber, 20
de sen e de conoissenza;
37 chantz. 40 dechaer.
39 comtar.
5 chaptenenza. 15 deingnhatz.
^ qem. 18 qeu.
9 domna. 19 qeus.
14 vueil qem. 21 sen e conoissenza I K.
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52 M. PELAEZ
e sol quem valila merces
vas vos, non er jois, ni es
quel meus non sobr' e non venza.
Per qu*eu de ren ala nom penz, 25
mas de far vostre plazer,
e prec vos c'al chaptener
voillatz gardar e non ges
al parage; car temenza
mi fai zo, queus m'en sobratz 30
on plus fort mi conortatz
ab la vostr' umil parvenza.
Pero non tem tant, q*assatz
nom conort la bona fes,
qu'eu ai els respos cortes, 35
c*alegramenz mi donatz;
mas no i ai tant de plivenza,
qu'estei ses temenz* aver
car ai mes, al meu parer,
en trop haut luec m*entendenza. 40
VI.
I96r. K79».
Tant anta dompnam fai amar
amors e qu*es tan beir e pros,
que sol deingnes de dezirar
s'amor non sui, ni voi razos;
tant sobreval queil plaja, qu'eu
Fam ges, ni que m'autrei per sieu.
mas sabes que delleis m'eschai
per dreig Tafifanz el mais qu*eu n*ai!
Sitot s*es de tot be sens par.
22 qem vai! ha. 28 voilhatz.
25 qieu K. 29 paratge.
27 cha prener K l. 35 qieu els K ; queu els I.
1 domnam. 5 qeil.
3 deignes. 6 qe.
4 La lezione di K è sicuramente 7 qe.
sui, qttella di I è incerta fra siu e sui. 8 dreg l'afanz.
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BONIFAZIO CALVO 53
tant Tarn e tant sui volontos 10
delleis servir e d*esauzar
son prezat pretz, totas sazos,
que lafan gran el maitrag grieu,
qu'eu n'ai, pois non mier autre feu,
m*autrei* a razos, e non sai, 15
tot m*o autrei, si trop dig ai.
Mas ben crei que trop derrejar
m*a faig sos finz pretz cabalos,
quem fai del meu turmen pagar
tant, que non es ma sospeizos, ^ 20
que sia bes que vaiilal mieu
maitrag; e s*ai tan dig quel grieu,
vaillam merces, car tam ben vai
que de calar poder non ai.
Nom puosc tener de parven far, 25
com sui benananz e joios,
car amors m'a volgut honrar
mais d'amador c*anc el mont fos;
e dirai trop, o non ben leu;
que si plagues amar a dieu 30
dompna del mon, avinen piai
auri' en leis, que chausid ai.
Car vai mais c*om non pot pensar
lo reis de Castella n'Anfos,
sui seus, car sa valors m*enpar 35
ser qui trop senbla orgoillos;
e sii piai quem pnege, nim leu,
non voill aillors querre manleu ;
c'ab sa valor dir auzarai,
daus on mi ve TafTanz, qu'eu ai. 40
il de leis. 31 domna.
14 quieu . . . pueis. 32 qe.
17 qe. 36 sembla ergueillos.
18 fag. 37 qem.
19 qem . . . mieu. 38 qerre.
22 qeil. 40 lafanz qieu hai.
24 qe. // copista di 1 ha trascritto
due volte questa starna.
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54 M. PELAEZ
VII.
I96v. K 80r.
Una gran desmezura vei caber
entre las genz, qu'eu non pose ges soffrir,
que s'om mezave, fazen son dever,
.es encolpatz e repres de faillir;
et autran vei caber, que plus grieus m*esy 5
que s'om gazaingn* aver ab faillimen,
dizon de lui qu*el es valenz e pros,
e qu*el sab far sos faitz saviamen.
E faill trop grieu totz hom, al mieu parer,
qui blasma celui ques voi enantir 10
ab ben far, tost lo vera dechazer;
e plus grieu faill aquel, al mieu albir,
que lauza cellui, q'aura pres granz bes
e maint aver gazaingnat malamen;
c*aisso fai de ben far giquir los bos, 15
els malvatz faillir plus ardidamen.
E si cbascus gardes al captener,
e lauzes celui qu*el vis far e dir
bontat e sen, qom q'el fos de Taver,
el volgues honrar e gent acuillir; 20
el croi malvatz, que gran ricor agues
gazaingnada mal et aunidamen,
blasmeson tuig e mal acuillitz fos,
grieu seri' om d'avol chaptenemen.
Mais aissom fai gran meravilF aver, 25
qu'a chascun vei plazer e abellir
2 qieu non puesc . . . sufrir. 18 qel.
3 qe. 19 quel.
6 qe zom gazaignha. 21 qe.
10 qi • . . cellui. 22 gazaignhada.
11 tot IK; dechaer K. 23 blasmesson.
13 celui. 25 mas.
14 guazaìgnhat. 26 Così K; que cbascun I.
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BONIFAZIO x:alvo 55
honz faitz et em paraulas mantener,
els crois blasmar et a despìeg tener;
e nuls de ben far nos trebailla ges,
ni de mai far nos garda, nìs repen. 30
mas ieu m'albir, gardan totas razos,
que peccatz es qe las genz sobrepren.
Per qu*eu vas los granz seingnors, que poder
an de ben far sobrels autres, me vir,
e los prec fort qu'il non dejan voler 35
tan gran mal dei segle, ni cosentir;
e que per els conseills.i sia pres,
e podon i conscili penre leumen,
c*ab sol mostrar que lor si* enujos,
tuit lì autre lon gitaran breumen. 40
Reis castellanz, per vos non o die ges,
car totz mais vos enueja trop fortment,
el bes vos piai tant fort que sol per vos
esperon tuit q*aj' om revinimen.
Vili.
1 96 v. K 80 1?.
Enquer cab sai chanz e solatz
pos los mante lo reis n*Anfos;
mas si per lui tot sol no fos,
jais agron del tot oblidatz.
e pois qu'el los voi mantener,
non met* amor a noncaler,
car senz amor chanz, ni solatz no vai.
27 Così K; bon 1.
35qil.
28 el IK.
36 consentir.
32 de peccbatz ... qe.
37 conseils.
33 qieu seingnhors qe; l Aa
38 conseil.
Fer queu; ma accanto alV F è se-
39 Jur.
gnato un piccolo p.
42 toz.
1 enqer.
6 nonchaler.
5 pueis.
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56 M. PELAEZ
ni a sabor plus qe conduitz ses sai.
Per amor fon chantars trobatz,
car chantars et esser joios 10
es dreitz mestiers dels amoros,
e dels autres non, zo sapchatz;
e mais die, c'om non pot valer
granmen, ni far ben Eon dover
en nuil afar, nis sab gardar de mal, 15
cortezamen puois que d'amor noill cai.
B sei reis n'Anfos. qu'es senatz
en totz faitz e valenz e'pros,
lauza mon dig, ben es razos
qu*el dej' esser enamoratz, 20
e qu'el ab amoros voler
se voiiren guiza chaptener,
per qu'amatz sia coralmen de tal,
com taing al seu fin pretz sobrecabal.
E sitot es larbres loingnatz, 25
per queil fo Tamars saboros
del sieu digne frug glorios,
nos laisset tant e tal, c*assatz
pot del mescab restaur aver.
e car en pose ben dir lo ver, 30
fatz mon mestier, mas non dirai ges qual,
car ai paor de plaig descomunal.
E s^eu fols nom sui trebaillatz ,
ben m'en venra tals guiardos,
quen seran trist e consiros 35
cii, per qu'eu sui sems e mermatz
8 que. 23 qamatz.
10 e esser. 24 con . . . sieu fin prez.
11 del I. 25 loignhatz.
14 graumen. 26 qeil.
15 nuill K; mis sab I. 30 puesc.
16 pueis . . . noil. 31 faz . . . qal.
17 qes. 32 plag.
20 qel. 35 qen.
21 el amoros 1. 36 qeu.
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BONIFAZIO CALVO 57
del gran deport e del plazer,
qu*eu soii aver lo jorn el ser
dels mieus mestìers, don ai dolor coral,
e maint autre que no i podcn far al. 40
Reis de Gastell* al mieu parer
beus ai per mon chan faig saber
zo qu*eu devia, per plazer de tal,
queas dea plazer, sius piai zo que mais vai.
I97r. K80r.
Per tot zo c*om sol valer
e esser laussatz,
desval et es encolpatz
car es proessa folia ,
e lejaltatz non sabers, 5
e gaieza leujaria;
c'aissi es camjatz valers
en avoles' e il en lui, qu'ora te
lo croi per prò e quel pros non vai re.
E sitot ai eu saber 10
de far malveétatz,
per q'eu seria prezatz
et en poder pujaria,
conoissenza e devers
mi capdellon tota via 15
de guiza, que mos volerà
nom sofre ges, quem plaja fais, per que
mi prezon cil quel mal tenon per be.
37 port 1. 40 qe.
38 quieu. 42 fag.
2 lausatz. 12 quieu.
3 de vai I K. La correttone è del 13 E en.
Ratnouard (Leccique s. desvaler), 15 capdelon.
3 e es. 16 qe.
8 avolesae . . . qom. 17 qem.
10 ieu ai.
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58 M. PELAEZ
Anz voill ab aitai voler,
meinz poder assatz, 20
que dels croia mal enseingnatz,
ples de tota vilania,
mi piai en re lurs plazers,
ni lur mendiga paria;
car mi par lur chapteners 25
tant laitz e tant aunitz que, per ma fé,
qan sovinenza n*ai, m*enueg de me.
E sai qu*eu faria parer
ab mos ditz serratz,
qem lau con outracuidatz; 30
non a totz« que so fazia ,
de messoin' i a uri* el vers
semblang* e tant se valria.
mas si tot nom faill lezers,
ges de chantar nom menbra, nim sove, 35
mas sol per cels qu^entendemenz soste.
Dompna , tan mi fai plazer
bels faitz e honratz,
lo senz e la granz beutatz
la valors el cortezia 40
de vos que res, fors poders,
nom sofraing a far que sia
perdutz Tauzira, el vezers,
el senz dels avols, per cui s^esdeve,
c'om lau celui, c'avinen nos capte. 45
X.
197r. K 80t?.
Ab gran dreg son maint gran seingnor del mon
sempre de bos servidors sofraichos,
et ab gran dreg prendon maintas sazos
21 qe . . . enseignbatz. 33 semblanz.
26 auniz. 35 membra.
28 quieu. 37 domna.
30 outracuiatz. 44 des 1.
31 qe. 45 uos capte.
1 seignor. 3 dreig.
2 sofrachos.
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BONIFAZIO CALVO
danz e destrics, quan se pogran gandir;
et ab gran drez failion a conquerer 5
terras e gent, qan n'an cor e voler;
car an mes tot zo, per qu'om vai puejan
en honrament et en pretz, en soan.
E car il tan senz tota valor son,
non dar' ab els servire fiz ni bos; 10
car s^esdeve, zia tortz o razos,
que cascuns voi Fus aprendr' e seguir
de son seingnor, per miels ab lui caber;
doncs si fezesson aissi lur de ver
li croi seingnor, com il s'en van loingnan, 15
grieu aurion servidor mal obran.
E sol per zo si^dechai es cofon
lo segP es pert, car il soo nuaillos
e nonchalen de totz faitz cabalos;
em meravil com pot esdevenir 20
qu*il no voillan proeza mantener,
cars ab proeza pueg om en poder
et en ricor, don tan grant talen an:
per qu'eu m'en vauc trop fort meraveillan.
Car totz seingner on mais a cor volon 25
d*aver mais, e d'esser mais poderos,
de valer deu esser mais volontos
e de tot zo que fassals pros grazir
e majorment de dar; car fai tener
per prò maint hom a pauc d'autre saber, 30
e de tot autra valor, sol qe n'an;
quel don si gart qu'o met en luec prezan.
E s'om prezatz que don pren, no i respon
gent, cant obs es Tonors, el pretz, el pros
quen ven; celui, per cui faig es lo dos, 35
4 qan sen. 22 puelon I K.
5 dreig . . . conqerer. 23 talent.
7 qom. 26 eser.
8 e en pretz. 32 qo.
12 chascus. 33 qe.
13 seingnhor. 34 quant.
15 seignor com ili. 35 qen . . . faigz.
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60 M. P£LAEZ
restaura tot; car chascuns, qe l'au dir,
sia preza ren, ni sab en re valer,
a tan bon cor vas luì^ com degr* aver
cel, que n*a pres lo don; per qu*az afan
nos deu nuls hom tener dar si onran. 40
Ala seingnors cug aver faìg gran plazer
en aquest chant; als pros per mantener
lur bel capteing, et als autres mostran,
s*il volon far iur pron, zo qu*a far an.
XI.
1 97r. K80r.
S^ieu d*ir' ai meinz que razos non aporta,
e chantan mais co menz par Tuchaizos,
qu*er a chantar m*es ajud' e socors,
no s'en meravil hom, car mi conorta
rics cors, qu'ades m'enanc' em bon esper 5
per qu'eu sui gais e tant senz tot temer,
qu'eu non envei
rie d'amor frei,
nim fan paor
galiador 10
ni mal parlier
d'autrui mestier;
pero s*ieu d'ira fos del tot loingnatz,
meils for' adreitz vas las gent enseingnatz.
Si m*atrai senz vas TArdit, quem deporta 15
tan gen quem mou plus espertz quii joios,
que no m*es grieus capteinz diavola seingnors;
42 Così K; al I.
44 voi un ... qa.
14 los gent enseìgnaz.
15 qem.
16 qem . . . qil.
17 qe . . . capteinhz . . . seignors.
36 chascus
que.
39 que.
41 Così K;
faiz 1.
3 qer.
5 qades.
6 qieu.
7 Così K;
I enui
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BONIFAZIO CALVO 6i
an sui aizitz, cant tenori via torta
e quan dei tot fan contra lur dever;
car lur afars es mielz per decazer 20
ab vii deirei,
qu'ab seguir lei,
que bais folor
e desonor.
e s'ieu en mier 25
mal, tant sobrier
mi son estat mei seingnor, quel pecatz
merces mi sembF e granz humelitatz.
E si lai venz m'empeinh, ni fust mi porta,
on es Tadreitz seingner franca amoros, 30
en cui es finz pretz e vera valors,
ben er del tot m'irà delid* e morta,
e sapchas ben que grieu pot remaner,
qu'eu non fassa tant quel posca vezer,
sol m'o autrei 35
cil, cui soplei
e qu'eu azor
per fin' amor,
ab cor entier;
e s'eu m'enquier 40
per qem sui tant de lui vezer tardatz,
respondrem pose: per zo qu'a mi non platz.
Car noill piai genz vils, nìl fai ubrir porta,
nil agradon savais, ni de sen blos,
ni rics cobes, voill esser per lui sors 45
e fors del greu destric, que desconorta
i9 qan. 82 el del tot I.
20 miels . . . dechaer. 33 qe.
21 decrei. 34 qeu . . . puesca.
22 qab. 37 qeu adzor.
24 deshonor. 40 qier.
27 seignor qel pechatz. 42 puesc . . . qa mi nom.
29 venz meni peinh ni fust ni 43 noil.
porta IK. 45 vueil.
30 seigner K; amord 1. 46 grieu.
31 pres.
Pblass.
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62 M. PELAEZ
xnos bonvolenz, o metr* a nonchaler
tot zo quem pot a cobrar prò tener.
car ieu non crei,
que i sian trei 50
ni dui seignor,
qu'ab gran sabor,
ni voluntier
tan plazentier,
ni tan prò sian, q ab dreg fos honratz 55
hom de valor, que per els fos amatz.
E si chai venz cel qu'a piena l'esporta
d*avol gazaing, e sobrals paubres pros
d'esser gent acuillitz mest los aussors
e fai bobanz ab enseingna destorta, 60
ges no m'en pac, car anc nom poc plazer
rics d'avol piai, ni lez del sieu aver.
segon bon drei,
a bom adrei,
qu'aver lauzor, 65
voi de valor;
jal mal obrier,
rie menudier
non camjaran capteing, ben o sapchatz,
mentr' er pels bos lur avers ren prezatz. 70
Qui que soplei
fort, ni s'autrei
a gran seingnor,
vueg de valor,
per nuil mestier 75
non Tarn nil quier;
car cel, cui fail tot zo que mais mi platz,
non pogfa dar fìeu, don ieu fos pagatz.
48 qem. 65 qaver.
48 al cobrar K. 69 caniaran I: captieihn K.
50 qe. 70 menter I.
52 qab. 73 seignor.
54 platzentier 1. 74 vueig.
55 dreig. 75 nuill.
57 qa. 76 nom I; *qier K.
59 ausors.
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BONIFAZIO CALVO 63
XII.
197t?. K81r.
S'ieu ai perdut, no s'en podon jauzir
mei enemic, ni hom que be nom vueilla;
car ma perda es razos qu'a els dueilla
tan coralmenz, ques deurian aucir,
e totz lo monz aucìre si deurìa, 5
car morta es midonz, per cui valla
pretz e valors; e s'eu, chaitius, saupes
chauzir tal mort, que pieg far mi pogues
que ma vida, senz tardar m'auciria.
E car non pose pejurar ab murir, 10
mi lais viure tant trist, que flors ni fueilla,
ni nuls deportz non a poder quem tueilla
ren del dolor, quem fai metr*en azir
tot zo que mais abellir mi solia ;
car despieg mi capdelF e iram guia, 15
em met en luec, on no viuria res,
mas ieu, qu*aì tant de mal suffrir apres,
qu*eu viu d'aisso, don totz autr*om moria.
E viu tan grieu, qu'eu non pose ges sufFrir,
que plors non semen e dols non recueilla 20
per la mort de la bella, quem despueilla
de tot conort; pero eu non dezir
aver poder, ni voler, nueg ni dia,
de mi loingnar del maltrag quem languia,
pois c'a dieu plac que mortz cellam tolgues 25
1 mon sen . . . podom. 14 abeillir.
2 voìlla IK. 15 despeigz.
3 qa. 17 qai . . . sufrir.
8 chauzit 1 K. 18 qeu . . . monda.
8 piegz. 19 qieu nom puesc ges sufrir.
10 puesc. 20 qe.
il Così K; fuoilla I. 21 qem.
12 qem. 24 loingnhar . . . qem.
i3 qem. 25 pueis.
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64 M. PELAEZ
dont venia totz mos gaugz e mos bes,
e tot cant ieu d^avinen far sabia.
Tant er' adreich' en tot ben far e dir,
qu*eu non prec dieu quen paradis Tacueilla;
quar per paor q'aja ni aver sueilla, 30
qu el 1 aja mes en soan, non sospir,
nim piaing; car al mieu senbian non seria
io paradis gent complitz de coindia
senz leis; per q'eu non tem ni dupti ges
que dieus non Taj* ab se lai on el es, 35
nim piaing mas car sui loing de sa paria.
Fols mi par cei que cor met, ni consir
el joi del mon, e plus fols qui s*orgueilla,
per tal joi, car autr* uichaizos non mueilla
mon vis de plors, ni als nom fai languir, 40
mas la membranza del joi, qu*eu avia
del bel capteing e de la cortezia,
qu'eu trobav' e mi donz; e 8*en agues
saubut que tant mal prendre m*en degues
non prezeral joi, ni ar m'en dolria. 45
Ai flors de valor e de cortesia
e de beutat! ai bella douz' amia!
sii mortz complic son voler qan vos pres,
ieu en remaing tan doloros, que res
alegrar ni conortar nom poiria. 50
26 gang I; mos bos K.
28 adrech.
29 gen.
30 qar.
31 suspir.
32 ni piaing . . . semblan.
34 qieu K . . . non tan I K.
36 lueinh.
37 qe K. ì e K hanno e plus fols
qui fols; ma il verso non toma ed
è evidente che il copista riscrisse
fols per inavvertenza.
38 orgoilla IK.
39 uchaizos K; moilla IK.
42 chapteinh.
43 qeu.
49 remainh . . . doloiros.
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BONIFAZIO CALVO
Xlll.
I91v. K 81 r.
Mout a que sovinenza
non agui de chantar,
mas ar m'en sove, car
aug sai dir e comdar,
quel nostre reis breumenz,
cui que pes nis n*azir,
voi en Gascoign' intrar
ab tal poder de genz,
qe murs ni bastimenz
non posca sufifrir.
E car ai entendenza
qu'el voi faig comensar
don poira 'n luec cobrar
armas e coindejar,
sui tan gais e jauzenz,
qu^eu non penz, ni consir,
mas de joi e de far
zo, per que tost comenz
lo francs reis e valenz,
ab ferm cor de complir.
Per que chantan m'agenza
sa grant valor sonar,
c*ar comenz senz tardar
de SOS dreitz demandar,
tant afortidamenz.
4 coindar I.
5 qel.
6 qe.
7 gaisco I.
10 puesca.
12 qel K; ecomensar I.
16 qeu.
21 qe.
24 ses I.
27 eii navarr.
28 fasson IK.
que senz tot con tradir
li gascon eiil navar
fassan sos mandamenz,
e los liur a turmenz,
5 ab prendr' e ab aucir, 30
Vejamlo, senz bistenza,
dreg vas els cavalgar
ab tal esfors/quel par
non posch' en champ trobar,
10 e lai tant bravamenz 35
conbatr' e envazir
murs tors e peceiar,
ardr' e fondr* eissamenz,
quels fass* obedienz
15 a sa merce venir; 40
Si que de sa valenza
fassals meillors parlar.
e pel paire senblar,
si deu mout esfor^ar,
20 car fon plus avinenz, 45
e mais saup conquerir,
e mais si fetz honrar,
que reis q'anc fòs vivenz;
car si noi senbF ol venz,
25 prò hi aura que dir. 50
32 dreig.
33 qel.
34 pueschen cham K. chan 1.
36 combatre K.
39 quei fals 1 K ; ubedienz K.
43 semblar K.
44 esforzar.
46 sap IK; conqerrir K.
48 can K; qan fos I.
50 qe.
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66
Mas rea nom fai doptar,
qu*el non vencha breumenz,
tant es granz sos talenz
de 8on pretz enantir.
M. PELAEZ
Reis castellanz, pueis ar
nous faill poders ni senz,
e dieus vos es consenz,
pensat dei conquerir.
55
XIV.
I9Sr. K81r.
Un nou sirventes ses tardar
voill al rei de Castella far,
car nom senbla ni pes ni crei
qu'el aja cor de guerrejar
navars ni TAragones rei;
mas pos dig n*aurai zo que dei
el faz* que quiser fazer.
Mas ieo oug za maintos dizer
que el non los qer cometer
si non de menassas, e quen
quer de guer* ondrado seer
sei eu muit ben que li coven
de meter hi cuidad* e sen
cuor e cors aver et amis.
Per quoi je di au roi: se pris
vuet avoir de ce qu'a enpris,
que il guerrei sens menacier,
que rien ne monte, au mien avis.
que ja por voir ol comtier
que il puet tost au champ trouer
10
15
20
51 duptar.
56 fail.
52 qel.
3 K sembla. 1 ha pos in
luogo
abbia nun o mun. I quelli coi
di pes; ma è evidente svista.
qelli conuen.
6 K qe.
13 IK sen.
7 K qiser.
15 ia di.
9 IK mon. I quier.
16 1 Unet. K qa. K empris
10 1 quen. K qen.
17 I K quel guerriers.
11 K qer.
18 IK montau tuien avis.
12 1 inunben. K non è chiaro se
20 I K que el puet.
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BONIFAZIO CALVO 67
los dos reis se talent en a.
E se el aora non fa
vezer en la terra de la
soe tend* e son confalon
a lo rei de Navarr' e a 25
80 sozer lo rei d*Arragon,
a cantar averan razon
tal que solon de lui ben dir,
E comenzon a dire ja
Que mais quer lo rei de Leon 30
Gassar d'austor o de falcon
G'ausberc ni sobrenseing vestir.
XV.
I98r. KSìv.
En luee de verjanz floritz
e foillatz.
volgra per cbamps e per pratz
ve^er lanzas e penos;
et en luec de chanz d'auzeus,
auzir trompas e flauteus
e granz retinz de colps e de cridanz;
e* adoncs fora cabalos lo mazanz.
Bel m'es lo retinz el critz
dels armat'/.,
can sui ben encavalgatz
et ai bellas garnizos;
car tan gai sui et irneus
a Fencontrar dels tropeus.
21 IK li doi
re. 26 KAragon.
22 IK nos.
27 avenra IK.
24 K see tend. 32 K sobre seinh.
25 Knauar.
4 vezer.
9 dels mes.
7 grans.
13 cai IK.
10
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68 M. PELAEZ
com li privai en chambras e parlanz, 15
e tan volgut, con il en cochas granz.
Per qu'eu volgra fos partitz,
lo prezatz
reis n'Ànfos de sos reingnatz,
qu*adonc8 faria dels pros 20
e dels valenz sos chapdeus,
qu'en faitz perillos, ni grieus,
non ten prò lauzenzier?, ni soplejantz,
c*al major ops li fail core e talanz.
Mas trop mi par endurmitz 25
quem desplatz;
car en vei desconortatz
los sieus e meins corajos;
e s'ara, mentr' es noveus
l'afars, non conortals sieus, 30
venir Ten pot tals mescaps e tals danz,
qu'el farà pron, sii restaur* en des anz.
Reis n'Ànfos, jais crois marritz
non crezatz,
nils feingnez alegoratz; 35
car amon dinz lur maizos
mais bos vis e bos morseus,
c'ab afan penre casteus,
ciatatz, ni reinz, ni faire faitz prezantz,
tan lur es cars legora e pretz soanz. 40
Vai dir, sirventes noveus,
celleis, cui sui miels,
quel bes quem fai es a totz los prezanz
enantimenz e als crois desenanz.
15 con . . . chanbras 31 meschaps.
17 qieu. 32 quii I K.
19 regnatz. 35 feingnenz.
20 qadoncs K ; del I. 39 reignz . . . prezanz.
21 valentz. 40 tant.
22 qen faiz. 42 ce leis.
26 qem. 43 qel . . . qem.
28 coratios. 41 dels enanz I K.
30 conortal.
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BONIFAZIO CALVO 69
XVI*.
K81t?. d270t?.
Ai dieus, s'a cor qem destreigna
l'amors, tant c'a mort en veignha,
om sufrira qem sosteinha
tro que plazers mi reveingna
daus lieis, c'ab prez verai reignha. 5
Non sai; mais Tentreseinha
m*esmaja, con ques capteignha
d'una, q'aissim par m'estreignha,
quel cor mi frainh e m'esteigna.
Per queil prec de mil soveigna, 10
sivals d*aitan, que nom teingna
tant fort destreg; car eu seingna
non ai d'esfortz qem reteigna
tan, que morir nom coveigna,
Se nom aleuial martire 15
dont nueg e jorn soi sofrire.
pero si del tot aucire
mi voi, noil sai als que dire,
mas que murai sos servire.
Nom pot mal far per qu*eu vire 20
de leis servir mon desire,
car sim dueil, ges nom azire
vas lieis, car pes e consire,
que per la genzor ques mire,
mi don* afan e consire; 25
ans, can dinz mon cor remire
son douz vis e son gen rire,
de grant plazer sui jau/.ire,
• Questa poesia non si trova in I; qui è data secondo la lesione di
K corretta, quando occorre, colVaiuto di d che fu collazionato non senza
profitto, perchè il testo di K è mollo sbiadito.
8 Dun Kd. 14 morir d; mortz K.
12 fortz Kd; semha d. 19 mirai d.
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70 M. PELAEZ
sitot languÌRC e suspire,
car chauzimoDz n'es a dire. 30
Mas 8*ii auzis,
con li sui fis
e lejals ses tot cor vaire,
non crei sufris
c*ais8Ì languis 35
finz amanz e merceiaire.
Mas non Tes vis
qeil si' aclis,
con sueil, car ieu non repaire
vas son pais, 40
con li promis;
e per som liur* ab maltraire,
01^ plus li sui fiz amairò.
Ja de si no m'an
lueinhan , 45
si tresaiiaD,
mi vauc ar sai en Espaignha,
com m'enpeinh* enan,
pujan
ma valor tan 50
que SOS valenz pretz nos fraingna ,
Nis dechaia, can
semblan,
petit ni gran,
fassa, que vas mi s'afraingna. 55
car, a lei d*aman,
de dan
la vauc gardan
en tot ques coven es taignha;
que res non es qem sofrainha, 60
ni lais a far,
a ben amar
e fìnamen;
e ja non m*en
puesc alegrar, 65
31 silz K. 59 tragnha K; taingnha d.
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BONIFAZIO CALVO 71
8*enjanz mi pot escoscendre,
nil cor camjar,
ni far lueinhar
lo pensameli
d aisso qem ten. 70
e sai pensar
qu^il vueiir en grat prendre,
. Qan mon afar
sapch* el pessar
qii'eu per so pren, 75
que tan granmen
nom puesc' honrar,
con taingn al mieu aut entendre.
e car nom par,
qu'estiers mostrar 80
li puesca gen,
con Tarn fortmen,
li tramet ar
mon lais per far li entendre
Tamor queil port, e aprendre. 85
Car non crei pois qu'il entenda
con Tarn, c'a merce nom prenda,
e que, senz tota contenda,
de grat s^amistat nom renda
per acort e per emenda. 90
XVll.
1 98 d. K 81 d.
Ges no m'es greu, s*ea non sui ren prezatz
ni car tengutz entr'esta gen savaja
genoeza, nim platz ges s^amistatz.
66 sen ianz d ; m K si legge solo 12 quii e d K. La correzione
sen, il resto è sbiadito. delVAppel.
71 fai K; sai d. LAppel {Zeitsch, 81 puesta K; puesca d.
f. r.ph.^ XI, 229) ha stampato es ai. 82 lan K; lam d.
1 no sui ren.
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72 M. PELAEZ
car no i cab hom a cui proeza plaja;
mas ab tot zo mi peza fort quii es 5
desacordanz, car 8*11 esser volgues
en bon acort, sos granz podere leumen
sobrera totz cels per cui mal en pren.
Hai génoes! on es Tautz pretz honratz
q'aver soletz sobrel gen, que par qu'aja 10
totz vostres faitz decazutz e sobratz
tan fort, que totz vostr'amics s'en esmaja;
siai descortz, qu*entre vos es, jos mes,
e donatz vos luecs a tornar los fres
en las bochas de cels que, per conten 15
qu*avez mest vos, si van desconoissen.
Mas lo contenz es tant mest vos pojatz,
que s'el non chai, greu er que nous dechaia,
qu*om vos guerreja, vos vos guerrejatz;
e qui vos venz ar, nos cug quel n'eschaja 20
laus, ni bon pretz; car nous platz vostres bes,
que Fus a gang quant a Tautr' es mal pres.
doncs qui venz tan descabdelada gen ,
non fai esfortz, don pueg em pretz valen.
E si no fos la follors el peccat/, 25
que nais del vostre descort, tals s*asaja
leumen a far zo que mais vos desplatz,
queus for' aclis; car res tant non esglaja
vostres guerrers, ni tant lor despiai ges,
con farial vostr' acortz, s*el pogues 30
entro vos tant durar enteìramen,
qe poguessetz d*els penre venjamen.
Car il sabon que legar nous donatz
de vos venjar, mostron que lur desplaja
8 sobran IK. 21 prez.
9 auz I. 22 qant.
10 qaver . . . qaia. 23 qi.
12 vostramor. 24 preiz.
13 qentre. 25 pecchatz.
16 qavetz. 29 vostrers I; gueirers R.
19 nos vos. 32 qe.
20 qiK; nous cug IK.
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BONIFAZIO CALVO 73
zo, que prò vetz los avetz malmenatz 35
tant, que greu es luecs on om noi retraja,
que trenta d*els non esperavon tres
de vos; per c'ab pauc non es Dieus repres,
car de tal guiza vos a tout lo sen,
queus sobron cil que no valon nien. 40
Venecian, ben sapchatz qu^obs vos es
que si' ab vos Dieus contrals genoes,
car ab tot zo qu'el vos hi vai granmen,
vos an il tout tant qu'en vivetz dolen.
RIME PORTOGHESI
l\
A ìOZa. GB 98ft.
Mui gram poder a sobre mi amor,
poys que mi faz amar de cora^on
a ren do mundo, que me faz mayor
coyta sofrer; e por tod'eoto non
ouso pensar sol de me queixar en; 5
tan gram pavor ey, que mui gram ben
me Ibi fezesse, por meu mal, querer.
E non mha prol este pavor aver,
poys cada dia mba faz mui melhor
querer por mal de min e por fazer 10
36 bom. 44 qen K; o quen I.
41 qobs.
1 gran . . . min A ; mj G B. 7 melle A.
2 pois me faz A ; mj G B. 8 mi a A.
4 coita soffrer A. 9 pois . . . mia . . . mellor A.
6 ei . . . mui gran A; muj G B, A. 10 por faz G-B.
• È stampata nel volumetto cit. del Varnhagbn, Trovas e cantares etc.,
nei ManualeUi Neol. di Fr. D'Ovidio ed E. Monaci, II, 61-62.
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74 M. PELAEZ
me prender morte en cabo; pois sabor
a de mha morte, rogar Ihei que non
mh*a tarde muyto, ca mui gran sazon
a que a quis e desejey poren.
Poys ja entendo que guìsado len 15
amor mha morte, non pode seer
que me non mate, sey huna ren,
que mi vai maya logu i morte prender,
que viver cuytad en mui gram pavor,
ca non averey, poys eu morto for, 20
tal coita, com ei no meu cora^on.
E quem soubesse corno mi vai, non
terrìa que eu son de bon sen
en me leixar viver, ca sen razon
me da tal coit* amor, que mi conven 25
a viver trist* e sen todo prazer;
e mi conven atal affam sofrer,
que major nunca fez nostro senhor.
II •.
A 102 6. C B 6.
Ora non moyro, nen vyvo, nen sey
comò mi vay, nen ren de mi se non
atanto, que ey no meu cora^on
coyta damor, qual vos ora direy;
11 mort' en cab' e A. 21 qual ei A.
12 mia . . . rogallei. 22 quen ... me vay A; mj GB.
13 muyto que e gram G-B. 23 soon A.
14 deseiei A. 25 amar . . . guS C-B; me conven A.
15 Pois A . . . guisade G*B. 26 amu trist G-B.
16 mia A. 27 e me ... tal afian a sofirer A;
19 coitad . . . mui gran A ; muj G B. mj G B.
20 averei pois A. 28 sennor A; non A, BB.
1 moiro . . . vivo ... sei A. * 3 ei A; men G B.
2 me A ; se nd G B. 4 coita . . . qual uus ora direi A.
* È stampata in Varnhagen, Trovas e cantar es cit.
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BONIFAZIO CALVO 75
Tarn grande que mi faz perder o sen. 5
e mha senhor sol non sab ende ren.
Non sey que fa^, nen ei de fazer
nen en que andò, nen sey ren de mj,
se non atanto que sofr* e sofri
coita d*amor, qual vos quero dizer; 10
Tarn grande que mj faz perder o sen,
e mha senhor sol non sab ende ren.
Non sey que e de mj, nen que sera,
meus amigoa, non sey de min ren al
se non atanto, que eu sofr'atal 15
coyta d'amor, qual vos eu direy ja;
Tarn grande que mi faz perder o sen,
e mha senhor sol non sab ende ren.
ANNOTAZIONI
I. Pubblicata dal Ratnouard, Choix^ IV, 445-446 e dal Mahn, Oedichte, 552.
. 8. faillir a. Una simile costruzione che non è frequente si riscontra nella
poesia X, 5 failUm a conquerer,
, 19, Vazire. Qui come in vire del v. 26 e destre del v. 27 dovremmo
avere secondo la grammatica asir (indie, pr.) vir (cong. pr.) dezir (ind.
pr.). L^aggiunta (\e\Ve è dovuta probabilmente alle necessità della rima.
Nelle stanze precedenti abbiamo infatti dire-eslire; assire-rire; che sono
regolarmente infiniti; e azire infine rima con martire sostantivo del v. 18.
Lo stesso si ha in XVI, 22, 26, 29 e se ne hanno altrove esempi; cfr.
PoNZ DB Capduoill (ediz. di Max von Napolski, Halle, Niemeyer, 1880,
5 tan ... me A. 10 qual uus A.
6 e mia sennor A. 13 sei . . . min A.
7 sei . . . fa^o . . . ey A. 14 nen A ; mj GB.
8 non que GB; sei A; mjA,GB. 15 sofra G-B; sofr A.
9 soffr e soffri A. 16 coita . . . qual uus . . . direi A.
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76 M. PELABZ
p. 91). Sitot nom vire Li son mentire non la remire (Un gai descort
tramet),
y. ^. Ab trebailL Considerando i due sostantivi precedenti ab ris et ab
plors e il seguente ab douzors parrebbe che anche ab trebaill avesse
dovuto essere plurale. La mancanza delF^, delFobl. plur., è originaria o
dovuta a copisti? Io non credetti aggiungerla, perchè mi parve possibile
anche la prima ipotesi.
y V. 27-28. Intendo : < anzi io Tamo e desidero mille volte più quanto male
« me ne viene ». Gfr. Ponz oe Gapduoill, Don ja bes non li venha Ses
mil tans de dolor (ediz. cit., p. 54), dove come nel nostro caso tant è
trattato come sostantivo dopo un numero cardinale. Lo stesso avviene
per aitant. Gfr. Sordello, ediz. De Lollis, p. 250, nota al v. 16 del n"* II
e Bertran de Bonn, ivi citato.
n. Pubblicata dal Mahn, Gedichte, 615.
T. 2. Knics. Anche noi diciamo « è un freddo iniquo » per indicare un
freddo grandissimo, intenso. Fers quasi che ferisca e quindi pungente.
Nel verso seguente non potrebbero esprìmersi più efficacemente gli ef-
fetti del freddo che brucia, distrugge ogni pianta. E con ciò viene pure
messo molto bene in rilievo, per antitesi , il grande amore di cui arde
il poeta.
v. 3. I codici hanno totz^ la correzione torz mi pare evidente.
v. 10. Empeincha significa spinta^ impulso \ il poeta vuol dire che amore
ha spinto, ha volto il suo affetto verso una gaia persona signorile.
V. 13. Esplefa, Io non so trovare una parola corrispondente italiana; ad
ogni modo il senso del passo mi pare sia questo : una volta che il mio
cuore è tutto volto (manifesta la sua espansione da quella parte) verso
quella donna, anche il maltrattamento, il non avere cioè alcuna cor-
rispondenza, sarà per me gaudio e diletto.
vv. 1517. Intendo: «il maltrattamento (di cui si parla nella stanza prece-
« dente) mi l'onderà sempre più amante di lei , cioè farà che si possa
« dire che non c'è stato mai un uomo così fedele alla sua donna come
« me ». Si noti al v. 16 l'omissione del pronome qui, su cui cfr. Disz,
Gramm. (ediz. francese). III, 339.
V. 25. Precs non ha comunemente il significato di amore che ha qui e in
altri esempi che non mancano; se ne vedano alcuni nelle poesie di Ar-
naldo Daniello (ediz. Ganello), n. XII, 3.
V. 26. A sieu si sottintenda prec,
V. 29. Brius è la impetuosità deirafietto.
V. 34. zo si riferisce a brius del v. 29.
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BONIFAZIO CALVO 77
V 35. I codici hanno faill huecs^ ma è facile la correzione. La interpre-
tazione letterale è chiara e mi è confermata anche dal gentilissimo prof.
Cesare De LoUis, e cioè: « che in nessun tempo me ne manchi lagio,
« il comodo »; volendo il poeta intendere che è continuamente affidante
dairimpetuosità dell' affetto. La ripetizione in rima della parola Itiecs
che ricorre al v. 21 non è del tutto strana presso i trovatori del sec. XIII.
m. Pubblicata dal Raynouard, ChoiK^ IV, 380-381 ; dal Rogheguoe, P. 0.,
208-29 e dal Mila t Fontanals, De Los trovadores en Espana, 206,
accompagnata con una traduzione in prosa.
vv. 11-12. Interpreto « il dono non dev' essere nemmeno tanto piccolo che
« sia conveniente (decoroso) a colui cui sarà dato, rifiutarlo (disdegnarlo) ».
Il V. 11 come è dato dai codd. avrebbe una sillaba di più; io dopo pa-
recchi tentativi, mi son deciso ad espungere il lo. Il Mila non ha tra-
dotto con molta esattezza il verbo soanar del v. 11 : « ni tan pequeno
« que facilmente lo olvide el que lo recibe ». Olvidar non corrisponde
a soanar. Al v. 12 qui sta per cui; sull'uso promiscuo delle due forme
si veda Gledat, Rev. d, Lang, Rom., XIX, 61 e Meter, Romania,
XI, 162.
vv. 13-16. Il passo non è molto chiaro. A me pare che il poeta abbia voluto
dire: chi dona, vuol significare col dono o gratitudine o affetto o in
qualche modo compensare alcuno. Però i doni debbono essere, a se-
conda di quel che voglion significare, ora di maggiore, ora di minore
importanza. Chi non osserva questa norma nel donare, col dono non
sa far intendere quel che sì conviene. Così il senso di tutta la stanza
verrebbe ad essere: il dono non dev'essere né troppo grande né troppo
piccolo, ma giusto, proporzionato e al donatore e a quel particolare
sentimento che con esso si vuol far intendere.
vv. 29-32. Non mi pare che il Mila abbia inteso esattamente il senso di
questo passo : « pues ellos han adoptado tal uso y tal arte (esto quiere
« saber el rey) que à seguirlos cada cual destruiria su prez por men-
« guana que la tuviese ». Io intendo: « perchè essi hanno appreso tale
« abitudine e tale arte che ciascuno (questo a lui voglio far sapere)
« vorrebbe diminuire il suo pregio per poco ch'egli ne avesse ».
vv. 3540. 11 Mila traduce: « pues quando deberia esforzarme para servir el
« rey, me ocupo en compiacerla; pero no por esto el rey me quita Dada,
« porque se que el me darà buen galardon, si le place emplexar debi-
« damente sus mercedes » riferendo queste ultime parole al re. Ma il
poeta spera buon guiderdone, non dal re, sibbene dalla donna che ama.
Infatti' il testo ha « car sai qu'il » e t7 è pronome femminile; cosi pure
PlLAIZ. 6
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78 M. PELAEZ
nel penultimo verso della stanza sii plagues dove Tenclitica è pure
femminile. La interpretazione che io presento poi, mi pare che consuoni
con tutta la poesia. Il poeta si lamenta di non essere ricompensato de-
gnamente da Alfonso X (cfr. p. 19 dell'Introduzione) e gli dà quasi una
lezione intomo alla convenienza dei doni. NelFultima stanza rivolgendo
il pensiero alla sua donna non esita a dichiarare, che in luogo di ser-
vire il re^ passa il tempo in compiacere la sua dama da cui avrà, egli
pensa, maggior ricompensa che non dal re. Per questo pur accorgendosi,
di trascurare il re, non pensa neanche a riparare a questa negligenza,
togliendosi (no nCen tueil ges) dal compiacere la sua dama.
V. 36. el rei: l'articolo el di cui si hanno del resto esempi nel provenzale,
sarà qui uno spagnolismo, specialmente se consideriamo che trovasi col
sostantivo rei col quale nello spagnuolo è unito strettamente come in
formula.
IV. Pubblicata dal Mahn, Gedichte 614.
V. 16. Il soggetto di valra e di saup è la donna^ che non avendo saputo
apprezzare Tamore del poeta non seppe trattenerlo presso di sé {nom
saup retener) e perciò ella ha ora meno pregio (don valra meinz).
V. 19. Mi asterrò solamente dal lodarla, non mi vendicherò in altro modo,
perchè (si vede che il poeta sente sempre Tinfluenza dell'antico alletto)
non saprei farle altro male. Infatti nei vv. 21-22 spiega che deve essere
adirato più che altro col suo cuore stesso che. lo ha messo in tal follia.
I codd. hanno queire che qui non dà alcun senso; si potrebbe pensare
ad un errore per querre (cercare), ma neanche così si avrebbe un senso
soddisfacente. La correz. creire mi è stata suggerita dal prof. De Lollis.
V. Pubblicata dal Mahn, Gedichte, 553.
vv. 9-10. Intendo il tan qan come un modo ellittico, cui sia sottinteso vos
e interpreto: «nessuna donna mi piace tanto quanto voi; né potrei
« amare se non voi solamente, dolce cosa ».
V. 20. Intendo: « vi servirò in pace finché (tant qant) avrò sapere, senno e
« conoscenza ».
vv. 29-32. Intendo : « Tanto mi superate con la nobiltà della vostra famiglia
« (parage del v. 29), quanto più mi confortate colla modestia del vostro
« contegno ».
VI. Pubblicata dal Mahn, GedicJUe 616.
vv. 9-16. Per cagione degli ultimi due versi, tutta la stanza, per dire il vero,
è un po' oscura, e perciò presento con un po' di titubanza la seguente
interpretazione: « Benché non -ci sia alcuna donna che la mia uguagli
« pei meriti, tuttavia io son desideroso di servirla e di esaltarla; e il
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BONIFAZIO CALVO 79
< maltrattamento e Tafianno, ch'io ne ho in compenso, ella mi dà con
«ragione, perch'io non merito altro; anzi non so se ho detto troppo ^
«dicendo che ella mi dà tutto lafianno che merito » Costruisco: non
sai si trop dig ai (que) tot mo autrei; potrebbe darsi cioè ch'io meriti
maggior affanno ch'Ella, sua mercè, non mi dà.
vv. 20-23. Interpreto: « Io non ho sospetto, son certo che non c'è un bene
« che possa essere gradito quanto è gradito a me il maltrattamento che
« io ho dalla mia donna >. È un pensiero di frequente ricorso nella
poesia trovadorica.
V. 34. È il re Alfonso X di Castiglia e Leone.
vv. 35-36. Intendo : « che il suo valore mi rende signore che sembra orgo-
« glioso »; ossia io sono orgoglioso di servire Alfonso, perchè questo re
ha meriti maggiori di quel che si possa immaginare.
vv. 37-40. Per l'allusione contenuta in questi versi, si veda l'Introdu-
zione, p. 26.
Vn. Pubblicata dal Mahn, Gedichte 617 e dal Milì, Op. cit., 208-209,
accompagnata da una traduzione in prosa.
vv. 9-11. Interpreto: < e sbaglia più gravemente, secondo il mio avviso, chi
« biasima colui che vuole innalzarsi, appena lo vedrà decadere, cioè se lo
« vedrà senza sua colpa decadere ». Questo passo è in relazione coi vv. 2-3
della 1" stanza; così i vv. 12-14 sono in relazione coi vv. 5-8 della
1* stanza. I versi 15-16 contengono poi la conclusione di queste osserva»
zioni fatte dal poeta.
v. 19. Bontat e Sen sono sostantivi astratti che si dovranno spiegare per
cose buone e assennate. 11 restante del verso l'intendo così : « come che
« fosse, rispetto ad averi, sia povero sia ricco ».
V. 23. el croi malvatz è oggetto di blasmeson e soggetto di acuillitz fos.
V. 30. Nis repenx cioè né si penta quando abbia fatto male.
VV. 31-32. È una riflessione del poeta : « Considerato tutto, io credo che sia
« il male il quale incalza le genti » che meglio è chiarita dalla stanza
seguente, nella quale il poeta esorta i principi a impedire questo male,
dimostrando che il loro esempio gioverà assai e facendo quindi capire
che il male viene dall'alto, cioè da essi.
V. 41. È il solito re Alfonso X.
Vin. Pubblicata dal Ratnouard, Lexique Roman^ I, 473.
VV. 7-8. Si noti la efficacia del paragone per far intendere che il canto e il
sollazzo che non muovano da amore, sono come vivande scipite.
V. 17. 11 re Alfonso X. '
PSLABZ. 6*
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80 M. PELÀEZ
vv. 25^. SulFoecura allusione di questa stanza, della seguente e della tor-
nata, si veda V Introduzione^ p. 21-22.
V. 32. 11 poeta non vuole svelare il suo mestiere, perchè teme discorsi
sconvenienti da parte dei maligni.
vv. 33-40. Anche questa stanca è piena di allusioni a fatti che lo storico
non può scoprire. Perciò una qualsiasi traduzione, che pure, per quel
che riguarda la grammatica e il vocabolario, non presenta difficoltà, non
può soddisfare il lettore. L*ultimo verso della stanza mi pare che debba
collegarsi col v. 36, cioè: seran trist e consiros di e maini autre.
V. 41. 11 re è Alfonso X.
IX. Pubblicata dal Raynouard, Choix, 378-380.
vv. 41 e segg. Interpreto: « non mi manca altro che il potere per sterminare
« questa gente, giacché la volontà Tavrei grandissima ».
X. Pubblicata dal Raynouard, CAoia?, IV, 376-377.
V. 29. Il soggetto sottinteso di far è il donare.
V. 32. Interpreto : < che si ha riguardo al dono che lo colloca in condizione
« pregiata ».
vv. 33-39. Intendo : « Se un uomo pregiato che riceve un dono, non lo ricambia
« gentilmente come richiede l'onore e il pregio e il vantaggio che da
< quello gli viene; colui, dal quale è fatto il dono, ripara a ciò da sé;
« perchè ciascuno che ne sente parlare (sente dire che egli ha fatto un
« dono) se in qualche modo ha stima di sé, o è in qualche cosa valente
« (se è insomma un gentiluomo compito) dimostra tanto buon animo
« verso di quello (il donatore) quanto dovrebbe dimostrare colui che ne
€ ha ricevuto il dono ». Chi insomma ha fatto un dono, se non è ricom-
pensato dalla persona che ha ricevuto il dono, è ricompensato dalla
stima che gli altri avranno di lui, sapendolo liberal donatore.
XI. Pubblicata dal Mahn, Gedichte 618. Per la interpretazione generale
della poesia si veda V Introduzione, pp. 26-30.
V. 2. Ve sta per en, e intendo, come mi suggerisce gentilmente il prof. De
Lollis: «in cantando più come (quanto) meno (ne) pare Toccasione >.
V. 16. espertz vale qui vivace, lieto, e non è in questo senso registrato dal
Raynouard.
V. 48. « prò tener » giovare. ^
V. 58. « avol gazaing » è il guadagno procurato con mezzi vili, bassi.
V. 59. Vi è ritratto Tuomo che si dà aria di esser qualche cosa perchè ha
quattrini, ma non ha alcun merito.
V. 64. Adrei è veramente aggettivo, ma qui è usato sostantivamente e vale
ragione : « secondo il diritto ha ragione Tuomo che vuol aver lode dal
« merito ».
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BONIFAZIO CALVO 81
vv. 71-72. Qui que soplei fori « chiunque sapplica forte » cioè chi si umilia
molto.
Xn. Pubblicata dal Raynouard, Choiw, 111, 446447.
V. 1. I codici hanno podom, ma mi pare ragionevole la restituzione della
forma regolare perchè il copista avendo dinanzi il segno di abbre-
viazione della nasale potè nella trascrizione sbagliare. Nel codice K in
luogo di no s'eri abbiamo mon sen cbe sarebbe oggetto di ai perdut ;
così i nemici e tutti quelli che non voglion bene al poeta dovrebbero
rallegrarsi della perdita, mentre il poeta nel v. 3 dice: < giacché è ra-
« gionevole che la mia perdita ad essi dolga tanto cordialmente che si
« dovrebbero uccidere » che sarebbe in contraddizione col senso del primo
verso. È chiaro dunque che bisogna accettare la lezione no s^en di I e
intendere: « se io ho avuto una perdita (s' ieu ai perdut) non se ne
possono rallegrare i miei nemici né alcuno che non mi voglia bene,
« perchè è cosa ragionevole che la mia perdita ad essi dolga etc ]>. An-
cora aggiungo, se pure v'è bisogno di altri argomenti, che la perdita
{ma perda) di cui si lamenta il poeta è spiegata nel v. 6 car morta es
midonz, e il suo senno qui non e entra.
vv. 24. Riparo qui ad una ommissione avvenuta hqW Introduzione al luogo
dove ho discorso delle rime. In questa stanza e precisamente ai versi su
mentovati, secondo la lezione dei codici, abbiamo la rima voilla : dueilla
che vien detta secondo dalle Leys^ consonansa bastarda ; lo stesso avviene
nella stanza seguente, vv. 11-12 fuoillai ttceilla. Nella terza e quarta
stanza abbiamo invece le rime regolari, vv. 20-21 recueilla: despueilla;
vv. 29-30 acueilla: sueilla. Nell'ultima stanza abbiamo pure la rima
regolare, ma non corrispondente alle stanze precedenti, e cioè vv. 38-39
orgoilla : moilla. Ot% in tutte queste parole, come si sa, la forma col
dittongo oi si alterna con quella col dittongo et, quindi sorge il dubbio
che la irregolarità della rima non sia dovuta al poeta, sibbene ai co-
pisti i quali, senza essere dotti della lìngua, per la semplice pratica
acquistata copiando, confondevano le due forme. E il dubbio mi diventa
quasi certezza considerando che se il poeta avesse voluto adoperare la
consonansa bastarda si sarebbe attenuto ad essa in tutta la poesia, o
ad ogni modo se avesse voluto adoperarla nelle due prime stanze, non
avrebbe, credo, fatta tanta mescolanza nelle seguenti, usando ora forme
con oi, ora forme con et. Venuto alla conclusione che le rime dovessero
in origine essere perfette, mi son trovato dinanzi alla difficoltà dello sce-
gliere le forme con oi o quelle con et. Non essendo possibile stabilire
un criterio sicuro nella scelta, ho restituito in tutte le stanze le forme
col dittongo et, che nei due codici sono in prevalenza su quelle in ot.
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82 M. PELAEZ
y. 24. « quem languia » che mi fa languire.
Xin. Pubblicata dal Raynouàkd, Choicc, 228-320 e dal Mila, Op. cit,,
202-203 accompagnata da una traduzione in prosa. Per la interpreta-
zione generale si veda V Introduzione^ pp. 14-17.
V. 4. sai. Cioè nella corte di Alfonso X. La forma comdar, che non è re-
gistrata dal Raynouard, si veda in Lbvt, Provenzalisches Supplì-
meni'WÓrterbuchy I, 294.
V. 6. Il Mila traduce < a quien quiera agrade o pese » ma il provenzale
asir non significa agrade ; io intendo < a chiunque pesi [questo fatto]
« e chiunque se ne adiri ». Si noti che il cut, il quale si usa anche per
qui (cfr. no III, 12), è soggetto di azir e complemento di termine di pes.
vv. 13-14. Il Mila traduce, non mi pare esattamente, « el quiere comenzar
e tal hecho que darà cabida a las armas y à la gentileza ». Io credo
debba interpretarsi più rettamente: « per cui potrà tosto raccogliere
«armi e ornarle (di gloria)»; cioè la impresa essendo nazionale tutti
risponderanno prontamente alla sua chiamata e Alfonso potrà ornare
le armi di gloria colla vittoria.
V. 28. I codici hanno fasson^ ma ci è sembrata necessaria la restituzione della
forma sintatticamente più regolare fassan, considerando anche che fa-
cilmente potè dai copisti essere scambiata Va con Vo.
V. 29. Il soggetto di liur è Alfonso.
V. 43. Il paire è Ferdinando III sul quale vedasi Y Introduzione^ pp. 5-6.
V. 46. Anche qui ci parve necessaria la restituzione della forma del perfetto
saup che è richiesta dal senso ed è suggerita dal fon del verso prece-
' dente e dal fetz del seguente. Né le ragioni paleografiche si oppongono.
V. 50. Avrà molto da dire a quelli che, abituati alle gloriose gesta del padre,
gli chiederanno conto della sua opera. Il poeta, par che presenta il giù- .
dizio dei contemporanei e degli storici intorno ad Alfonso X. L'avverbio
hi lo spiego « in questa cosa, in questa faccenda ».
XIY. Pubblicata dal Mahn, Gedichte 619; dal Monaci, Testi basso-latini
e spagnuoli^ n» LXI; dal Pelaez, Giornale Ligustico^ XVIII (1891).
Intorno alla interpretazione generale di questa poesia, si veda Vlntrodu'
zione^ pp. 10«13, e per la lingua V Appendice seconda.
V. 2. È il re Alfonso X.
V. 5. Navars rappresentata allora dalla reggente Margherita a causa della
minore età di Teobaldo II; VAragones rei è Giacomo d'Aragona.
V. 9. Cometer. Nei testi antichi si trova più spesso la forma acometer con
Ya prostetico e collo stesso significato che ha qui di assalire.
V. il. Ondrado coirepentesi della dentale è meno comune che onrado. Se
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BONIFAZIO CALVO 83
ne trovano esempi nel Libro de Alexandre (Bibl. de aut. espan. LVII,
st. 2510, V. 2) e nel Libro de Apolonio (Bibl. cit. LVII, st. 434, v. 4).
V. 17. I codici hanno quel guerriers. Evidentemente il testo dev'essere
guasto, perchè il verso manca di una sillaba; né saprei davvero come
interpretare il passo, qualora si volesse conservare guerriers come so-
stantivo. Certamente in suo luogo deve stare un verbo nel modo con-
giuntivo. L*emendazione in questo senso non è facile, o per meglio dire,
sarebbe facile, ma riesce ardita, perchè bisogna dare il bando a due
lettere e scambiare il posto delFi e delFe della seconda sillaba. Io del
resto presento questa congettura non come una emendazione giustificata
(che non può essere), ma come un tentativo per spiegare in qualche
modo il verso.
V. 18. Mien. Più sicuro senza dubbio mi sento a sanare il guasto avvenuto
in tuien. dato concordemente dai codici. Giacché è facile capire che un
copista poco esperto della lingua abbia scambiato con un ^ un po' corto
la prima asta di una m. Riguardo alla forma enfatica mien accompa-
gnata da un sostantivo, non mancano nei testi antico-francesi esempi
consimili al nostro.
vv. 19-20. Si noti la rima imperfetta fra comtier e trouer e la forma bar-
bara comtier per conter dovute molto probabilmente alla inesperienza
del poeta.
V. 21. 1 codici hanno li dot rei, ma qui occorre la desinenza del caso ob-
bliquo e perciò parve necessaria la correzione.
V. 22. I codici hanno nos; abbiamo corretto non che ci pare richiesto dal
senso, considerando anche qui facile nel copista affrettato e indotto lo
scambio fra s ed rz, anche se egli lesse bene il modello.
V. 25. Notisi in questo verso la preposizione alla fine, in rima, caratteristica
che riscontrasi nella poetica ispano-portoghese. Un altro esempio ptìò
vedersi in un Salut catalano edito dal Mbter, Nouvelles catalanes
inédits, in Romania, XX, 207, v. 584.
vv. 27-32. Neir/n^rorf., p. 43, riga 12 e sgg., riferendo il contenuto di questi
versi mi sfuggì un'interpretazione che non è esatta e che qui correggo :
< Taluni che sogliono dir bene di lui avran ragione di cantare e co-
€ minciano a dire già che a lui piace etc. >.
XV. Pubblicata dal Rochbgudb, P. 0., 206-208 ; dal Raynouard, Choix
IV, 224-226; dal Mila, Op. cit, 200-201 accompagnata da una tradu-
zione in prosa. Sulla interpretazione generale si veda V Introduzione,
' pp. 13-14.
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84 M. PELAEZ
V. 8. Il Mila traduce « mazans » con « contienda » che mi sembra troppa
poco. 11 poeta vorrebbe vedere un vero < macello >.
y. 13. In ^ai la flessione richiederebbe Vs del nominativo; ma quando segue
una parola comincìante con s, come avviene qui (sui) la parola prece-
dente può non averlo. Cfr. Leys^ 11, 184. — Imeus = snello e quindi
veloce. In questa forma non è registrato nel Lexique del Raynouard (vi
è la forma isnels); il Kortino (Lateinische'Romanisches Wórterbuch)
registra imel.
vv. 13-16. lo sono gaio ed agile nella zufla « come sono gli amici quando
< si trovano nelle stanze a conversazione; e sono desiderato tanto quanto
< quelli nei grandi bisogni ». Questa presunzione del poeta ci fa supporre
ch'egli si fosse trovato qualche volta a combattere» forse nelle file stesse
delle milizie di Alfonso X.
V. 17. Fos partiti. E sottintesa la congiunzione gue.
vv. 20-21. Chapdeus significa letteralmente principali (capitales) ì quali
possono essere i primi personaggi dello Stato, i consiglieri del re. 11
passo si può interpretare, credo, così : « se il re si decidesse alla guerra
< seguirebbe il consiglio dei prodi e dei valenti i quali diventerebbero
« (è il re che li fa diventare tali ascoltandoli) i suoi consiglieri ». Si
noti che il que del v. 20 ha qui il medesimo significato del qar.
V. 24. Non ten prò, non giova, non vai nulla; cfr. XI, 48 nota.
V. 26. quem desplazy il que bisogna tradurlo come se fosse il correlativo di
tanto.
y. 29. los sieus si riferisce a coloro che stavan per la guerra, non si vede-
vano ascoltati dal re, e per questo erano sconfortati.
vv. 29-30. Si ricordi per questi due versi ciò che è detto neìV Introduzione,
p. 14. — Il l'è conforterà i suoi quando si deciderà a far la guerra.
V. 32. quel. I codici hanno quil^ ma il soggetto di farà è Alfonso quindi
parve necessaria la restituzione del pronome maschile il quale, paleo-
graficamente parlando, era facilmente alterabile in quello femminile.
v. 33. Alfonso X.
V. 42. celleis cui sui miels =3 a colei cui meglio appartengo.
XVL Pubblicata dalFAppEL, Zeitschrift f rom. Phil, XI, 227-229. Per
la interpretazione generale di questa poesia si veda Vlntroduz.^ pp. 30-31.
vv. 6 8. 11 soggetto di oopteignha è amors\ fermato questo ecco come spiego
il passo: « lo non so; ma mi smaga il modo (entreseigna) con cui si
« contiene amore rispetto ad una (per parte di una) che così ecc. ». Al
v. 8 i codici hanno dun; la correzione, necessaria per il metro e per
il senso fu già adottata dairAppEL che primo pubblicò questa poesia.
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BONIFAZIO CALVO 85
vv. 12-13. ear eu seingna non ai dCesfortz € perchè io non ho alcuna
< forza d*animo ».
V. 19. Non so perchè l*Appel stampi murai in luogo di murai che è dato
dal codice ed è richiesto dai senso.
V. 24. per la gensor ques mire = per la più gentile eh a si specchi. È frase
di frequente ricorso nei trovatori per dire la più gentile; così anche la
più gentile che si vesta ecc.
V. 30. es a dire equivale a manca.
V. 34. A sufris è sottinteso il que,
vv. 44-58. Interpreto: <( Benché ella non mi vada allontanando, cioè benché
< non sia lei che mi faccia star lontano , io qui in Ispagna mi vado
< innalzando (cerco d*acquistar meriti) così com'ella mi spinge innanzi,
< mi stimola... ».
vv. 49-55. € innalzando il mio valore tanto che il suo valente pregio non si
« franga (non abbia a soffrirne) né decada (diminuisca) quando ella faccia
< sembiante o poco o molto di volgersi (piegarsi) verso me ».
v. 72. si riferisce a pensamen del v. 69.
V. 78. aut entendre. Allude il poeta alla nobiltà della sua donna.
XVn. Pubblicata dal Raynouard, Choix , IV, 226-227; dal Bartsch,
Chrest, prov.j 269; dal Bartoli, I primi due secoli d, lett, ital,, 61;
dal Monaci, Testi ant. prov., 97; dal Grbscini, Crest. prov.^ 144-146.
— Sulla interpretazione generale di questa poesia, si veda V Introduzione^
pp. 33-36.
V. 5.\f è da intendere fra i genovesi.
V. 8. Sobrera. I codici sobran: la correzione è del Bartsch, Chr,, 275.
V. 14. e donatz vos luecs a tornar los fres = datevi tosto a volgere i freni.
V. 16. 51 van desconoissen. Mi par che il poeta voglia dire: i vostri nemici,
approfittando della vostra discordia, non riconoscono il vostro valore, la
vostra potenza, si vanno rendendo sconoscenti della vostra potenza.
V. 18. « dechaia ». È usato qui transitivamente < renda dispregevoli, abbatta »,
cfr. Sordello, ediz. De Lollis, Vili, 38.
V. 19. Il senso del verso è questo: < i nemici vi fanno guerra e voi intanto
4 vi guerreggiate fra voi stessi ».
vv. 21-22. Spiego: < perchè a voi non piace il bene vostro, e Tuno gode
< quando all'altro prende male n. Ora, come è detto nei versi prece-
denti, vincere una gente che è in queste condizioni, non è un vanto.
vv. 25-28. Per intendere questi versi si costruisca: « tals queus for" aclis
€ si no fos la follors el peccatz que nais del vostre descort^ s'asaja
« leumen a far zo que mais vos desplatz » cioè < tale che vi sarebbe
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86 M. PELAEZ
< sottomesso se voi non foste in discordia, sì prova ora facilmente a
< far ciò che più vi dispiace ».
V. 38. ab pauc, Uab ha significato di per causale.
V. 43. Cosi intendo .il verso : « perchè malgrado eh' egli (Dio) vi aiuti gran-
< demente ».
V. 44. Allude probabilmente il poeta, in quest'ultimo verso, alle vittorie dei
Genovesi sui Veneziani, nei mari d'Oriente.
APPENDICE PRIMA
ANALISI METRICA.
Nr. I. — È una canzone d'amore le cui stanze hanno il seguente schema :
a7 b'^^ b'^7 87 C7 C7 d7 d^
Rispetto al sistema delle rime la cobla si chiama crotz - caudada (Leys^ I,
242); ma in questa poesia osserviamo una particolarità che non riscontrasi
nelle altre poesie che hanno lo stesso sistema di rime, almeno per quanto
ho potuto verificare io. Per maggior chiarezza riferisco lo schema di ciascuna
stanza della poesia:
abbaco dd
d bb d ce aa
abbaccdd
d bb d ce aa
abbaco dd
dal quale si ricava che, pur conservandosi in tutta la poesia le medesime
rime, il primo e quarto verso di ciascuna stanza riprendono le rime degli
ultimi due versi della stanza precedente; e gli ultimi due versi rimano col
primo e quarto pure della stanza precedente; ne vien cosi una certa varietà
al principio e alla fine delle stanze, le quali sono in questo modo anche
meglio legate e perciò meglio protette da un possibile sconvolgimento per
parte dei giullari. La nostra poesia si compone di cinque stanze senza tor^
nata.
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BONIFAZIO CALVO 87
Nr. II. — È un Yers (1) d'amore come si ricava dal v. 9. Le stanze hanno
il seguente schema:
a^7 b-, c^7 d, e^ f-, g?
I versi sono a Hms dissolutz ossia non trovano rispondenza interna nella
stanza, ma nelle altre seguenti (cfr. Leys^ I, 164), la cobla è perciò estrampa
{Leys^ 1, 150) e nel nostro caso comus perchè le rime non sono difficili. Su
questa maniera di ordinare le rime che fu portata a perfezione da Arnaldo
Daniello, si veda Ganello, Vita e Opere di A. D., Halle, 1883, pp. 19-20. Noi
possiamo aggiungere che la stanza di versi tutti a rims dissolutz non fu
molto usata, come si può vedere dai pochissimi esempi che cita il Maus nel
suo libretto Peire Cardenals Strophenbau, Marburg, 1884, p. 127, n® 813.
Questi esempi sono per la maggior parte di Arn. Daniello, uno solo è di
Elia Gariel ed uno dì Arnaut Marcili, trovatori, come si sa, anteriori al
Calvo. La poesia si compone di cinque stanze senza tornata.
Nr. III. — Canzone morale le cui stanze hanno il seguente schema :
a7 bj a7 b; C7 d'^^ C7 d7
Rispetto al sistema delle rime la cobla è encadenada (Leys, Ij 170). La
poesia si compone di cinque stanze unissonans senza tornata.
Nr. IV. — Canzone d*amore le cui stanze hanno il seguente schema:
«IO l>io C^4o <^40 ^10 C'^io 1>10 «10
Come si vede la stanza di questa poesia consta di due parti di quattro
versi ciascuna: i versi della prima parte rimano con quelli della seconda
parte, ma in ordine inverso. Le Leys non fanno menzione di siffatto ordina-
mento, né altri esempi se ne trovano per quanto abbia cercato nella lette-
ratura trovadorica. La nostra poesia si compone di cinque stanze unissonans
Nr. V. — Canzone d'amore le cui stanze hanno il seguente schèma:
R-j \>j \>j Sl-j C'^7 d7 d7 C^7
Rispetto al sistema di rime la cobla si chiama crozada {Leys, \, 170). —
Nella 2«, 3«, 4» e 5» stanza abbiamo un ordinamento che varia in modo ana-
logo a quello che è stato notato nel Nr. I. Ecco gli schemi:
(1) Sulla differenza tra vers e chansos che è pur fatta dai poeti stessi,
poco si è potuto stabilire; anzi, se non sbaglio, nulla ne è stato detto più
dopo il DiEZ, Die Poesie der troubadours, Leipzig, 1883.
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88 M. PELAEZ
a bba cdd e
d aad cbb e
b ddb e aa e
a bba cdd e
d aad cbb e
La poesia si compone di cinque stanze senza tornata.
Nr. VI. — Canzone d'amore le cui stanze hanno il seguente schema:
«8 ^s »8 N c^8 c'^i d^g d^g
Rispetto al sistema delle rime la cobla è cadena-caudada (Leys, I, 171)«
La poesia si compone di cinque stanze unissonans senza tornata.
Nr. VII. — Canzone morale le cui stanze hanno il seguente schema:
ftfO '^lO ^10 ^10 C|0 "IO ®10 "IO
Rispetto al sistema delle rime la cobla è esparsa (Leys, 1, 176); ma le due
rime e e trovano la corrispondenza nelle altre stanze. La poesia si compone
di cinque stanze unissonans e una tornata.
Nr. Vili. — Canzone d'amore le cui stanze hanno il seguente schema :
ag bs bg ag Cg Cg dg dg
che abbiamo già osservato al Nr. I; ma la presente poesia, a differenza di
quella, si compone di cinque stanze unissonans e di una tornata.
Nr. IX. — È un serventese morale le cui stanze hanno il seguente
schema :
a, bs by c^7 à^ c^^ d, e^Q e^o
Le Leys non fanno menzione di un tale sistema di rime, nò io ho potuta
trovarlo in alcun'altra poesia. La nostra poesia si compone di cinque stanze
unissonans senza tornata.
Nr. X, — È un serventese morale le cui stanze hanno il seguente
schema :
^10 ^10 ^10 ^10 ^10 ^.0 ®io ®io
Rispetto al sistema delle rime la cobla è esparsa {Leys^ 1, 176; cfr. nr. VII),
ma il verso e trova la rima nelle stanze seguenti. La poesìa si compone di
cinque stanze unissonans e di una tornata.
Nr. XI. — È una canzone d'amore le cui stanze hanno il seguente
schema :
«10 ^^10 ClO Ciò ^10 <^10 e« 04 U U g4 g4 ^40 ^10
Le Leys non fanno menzione di tale sistema, né io l'ho trovato in altre
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BONIFAZIO CALVO 80
poesie; la nostra si compone di cinque stanze unissonans e di una tornata.
Nr. XII. — È un planh le cui stanze hanno il seguente schema:
La cobla è crotz-caudada (cfr. nr. I, Vili) sebbene, secondo i precetti
delle Leys vi sia un verso di più, Tultimo. Ma può il poeta averlo aggiunto
quasi per suggellare con una rima dispari la stanza e proteggere meglio da
un possibile sconvolgimento da parte dei giullari i quattro ultimi versi. La
poesia si compone di cinque stanze unissonans e di una tornata.
Nr. XIII. — È un serventese guerresco le cui stanze hanno il seguente
schema :
a^6 ^tf ^6 l>d Ce ^ò \ Cg % ^ò
Di questo sistema, molto irregolare, non fanno menzione le Leys^ né se
ne trova altro esempio, per quel che so io, in tutta la letteratura trovado-
rìea, airinfuori della poesia di Amaut de Maruoil: La franqua captenensa
(Mahn, Werke^ I, 148) che trovo indicata dal Maus, Peire Cardenals cit.
— La nostra poesia si compone di cinque stanze unissonans e due tornate.
Nr. XIV. È un serventese-discordo d* argomento guerresco le cui stanze
hanno il seguente schema:
^8 «8 ^^S »8 ^"^8 1>^8 <^8
Di particolarità metriche è notevole nel v. 25 la preposizione alla fino in
rima, caratteristica che riscontrasi nella poetica ispano-portoghese; e nei
vv. 'il , 19 , 20 la mescolanza , non corretta in antico francese di rime in
i^r e cr, come notò il prof. A. Jeanroy, in Revue des Pyrènèes et de la
France meridionale^ 1, 9. Consta di quattro stanze capcaudadas e di una
tornata.
Nr. XV. — È un serventese d argomento guerresco (cfr. y. 41) le cui
stanze hanno Io schema seguente:
a, b3 h, e, d^7 d^7 e 7 e,
che si è già osservato nel Nr. X. La poesia si compone di cinque stanze
unissonans e di una tornata.
Nr. XVI. — È un lais d*amore (cfr. v. 84) di cui non si conoscono nella
letteratura provenzale che due altri esempi, editi dal Bartsch in Zeiischrift
f. rvm, phil., I, 58. Intorno al Lais si veggano le osservazioni del Bartsch
nel suddetto articolo, e cfr. anche Appel, Vom Deseort, in Zeitsch.^ XI, 230.
11 nostro lais si compone di undici stanze e una tornata, tutte diverse,
rispetto air ordinamento , alla qualità delle rime e alla misura dei versi.
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90 M. PELAEZ
ed è, come i due pubblicati dal Bartsch, oscuro e molto difficile a inter-
pretarsi : il che, come si sa, formava una delle caratteristiche di questo ge-
nere di poesia.
Nr. XVII. — È un serventese politico le cui stanze hanno il seguente
schema:
«10 b^io a^o h^io Cjo Cjo d^o djo
La stanza è cadena-caudada (Leys^ 1, 171) come il Nr. VI. — Consta di
cinque stanze unissonans e di una tornata.
RIME PORTOGHESI.
Nr. I. — È una canHga d^amor (cfr. Trattato di poetica portoghese nel
CSanzoniere Golocci-Brancati , cap. IV, edito e interpretato dal Monaci, in
Miscellanea Gaix-Ganello, Firenze, Le Mounier, 1886) le cui cobre hanno
i seguenti schemi:
1) Sjo bjo ajo bjo c^o Cio ^lo
2) djo *io ^10 «10 ^10 ^0 ^10
3) c^o ^10 <^io ^10 a<o «10 hio
4) b^o Ciò ^10 Ciò ^^10 ^10 «10
Nr. II. — Anche questa è una cantiga d^amor le cui cobre hanno il se-
guente schema:
«10 1*10 ^10 «10
Cio Cjo-
APPENDICE SECONDA
OSSERVAZIONI LINGUISTICHE SULLA POESIA Nr. XIV.
Giovanni Nostradamus, nelle sue Yies des plus célèbres poetes proven"
seaux, a proposito del Calvo scrive: < composa plusieurs belles chansons
< en langue prouensalle, espagnolle (1), et tuscane, approchans de la Phi-
(1) Probabilmente il Nostradamus avrà chiamato spagnuole le due poesie
portoghesi.
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BONIFAZIO CALVO 91
« losophie, en laquelle il estoit grandement verse. Parmy ses chansons s*en
< trouve une esdites trois langues adressante à Alphons Roy de Castello,
€ le persuadant de guerroyer contre le Roy de Nauarre, et d'Arragon pour
< le recouvrement de ses terres ». Questa notizia fu ripetuta tal quale dal
Soprani, dal Giustiniani, dallo Zilioli e dal Galvani (1); nulla ne dissero il
Diez e lo Spotorno. Dei recentissimi accennarono a questa poesia il Milk y
Fontanals, al quale parve potesse essere tanto francese quanto provenzale,
sebbene egli non trascurasse di notare neirultimo verso della prima stanza
due parole, quiser e fazer, castigliane; e TAppel, il quale in una noticina,
inserita dallo Schultz in una sua recensione delle Biografie provenzali edite
dallo Ghabaneau (2), affermò cbe una delle stanze del serventese è scritta
in portoghese.
Vediamo che cosa ci sia di vero in queste affermazioni. Intanto possiamo
dire sicuramente che dì toscano non v*è alcuna traccia, malgrado Tafferma-
zione del Nostradamus, e nemmeno, come sarebbe stato probabile, vi si può
cogliere qualche forma dialettale genovese.
La prima stanza è tutta provenzale, salvo le due ultime parole quiser e
fàser che appartengono al volgare adoperato nella stanza seguente. La terza
stanza è tutta francese, salvo anche qui le due ultime parole en a che ap-
partengono alla lingua provenzale, nella quale è scritta la stanza seguente
nonché la tornata.
Vengo ora per ultimo a parlare della seconda stanza, perchè richiede più
ampie osservazioni prima che se ne possa, se pur sarà possibile, determinare
Tidioma. Io non credo che sia tutta scritta in portoghese, come giudica TAppel,
e mi pare che il dittongamento delFe e delFo sotto accento, che si riscontra
nei versi in questione {ieu v. 8, cuer v. 14, quier v. 2) e non è comportato
dalla fonetica portoghese, sia una ragione fortissima. Né si potrà obbiettare
che Bonifazio avesse avuto Tintenzione di adoperare il portoghese, ma poi
nel fatto per la sua inesperienza avesse confuso quello con un altro volgare
della Spagna. Egli conosceva cosi bene il galliziano che, se di questo idioma
avesse voluto servirsi, lo avrebbe scritto senza dubbio correttamente, come
dimostrano le due canzoni che in questo idioma scrisse. Le due ultime pa-
role quiser^ fazer della stanza precedente a quella della quale ci occupiamo
(1) Questi scrittori sono stati citati nelle precedenti pagine. Il Galvani vi
accennò nelle Osservazioni sulla poesia dei trovatori , Modena , Soliani,
MDCCCXXIX, pp. 114-115, e congetturò a proposito della canzone poliglotta
attribuita a Dante, che questi ne potè aver preso Tidea da quella del Calvo.
^) Zeitsch. f, r. philol, X, 593.
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92 M. PELAEZ
sono, come notò anche il Mila, castigliano. Ma nella staniea seguente, dove
questo volgare dovrebbe, secondo Tintenzione del poeta, continuarsi, ci tro-
viamo proprio dinanzi a un castigliano puro? La domanda si presenta na-
turalissima a chi comincia a leggere il primo verso:
Mas ieu oug za maintos dizer.
Mas è comune al provenzale , allo spagnuolo e al galliziano ; ieu è della
Provenza, ma può essere stato anche della Spagna centrale e precisamente
deir Aragonese, nel qual volgare sappiamo che (in antico almeno) il ditton-
gamento del fé sotto accento era frequente non meno che nel cast^'gliano, e
talvolta conservasi anche dove il castigliano avea ridotto quel dittongo ad t.
Onde ieu aragonese poteva stare ad io castigliano, come al castigliano Bios
sta il Dieos dei Biez mandamientos , che sono appunto attribuiti a quella
regione (1). Le due forme che presentano maggiore difficoltà sono oug e
maintos. Oug, che è certamente da audio , ci dà il dittongo iniziale au
alterato in ou, ciò che non è del provenzale, sibbene può essere dei dialetti
N. 0. della Spagna e in via eccezionale del Leonese (2); partecipa invece
oug del provenzale per la caduta dell* atona finale o. Il contrario si osserva
in maintos^ dove abbiamo la parola provenzale maini con desinenza spa-
gnuola OS, Ora dobbiamo noi riconoscere qui un ibridismo di forme, oppure,
osservando che nelle due parole ovig e maintos ritroviamo elementi di due
volgari, uno di qua, Taltro di là dei Pirenei, pensare che esse appartengano
a un volgare intermedio, che nel nostro caso potrebbe essere Taragonese,
al quale già dicemmo poter appartenere Vieu considerato poco fa? (3).
Proseguiamo la nostra indagine e vediamo se qualche altro fatto potrebbe
dare maggior consistenza alla nostra congettura che la stanza abbia delle
caratteristiche aragonesi. Il quen del v. 10 non è certamente provenzale,
come non è portoghese, che avrebbe qtÀem, e nemmeno è castigliano, se-
condo il quale dovremmo avere il dittongamento deir^ accentata. Nei testi
antichi, per quante ricerche abbia fatto, la forma quen non riscontrasi mai.
(1) Questo breve trattato didattico morale, intitolato Biez mandamentos,
fu pubbblicato e illustrato dal Morel-Fatio in Romania^ XVI, 364 e sgg.
(2) MoreL'Fatio, Libro de Alexandre, in Romania^ IV, 30.
(3) L'ultima parola del verso diser può essere benissimo di un volgare
di Spagna. Questa forma e quella del futuro diserà ricorrono anche nella
parafrasi provenzale dei distici del Pseudo-Catone, testé pubblicata dal
Meyer (Romania^ XXV, 102), il quale non crede che V autore di essa sia
provenzale di nascita.
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BONIFAZIO CALVO 93
Ben del v. 12 può essere provenzale, ma non certamente castigìiano né por-
toghese, per la stessa ragione del quen. Sei (da sapio) del v. 12 è vero che
può essere portoghese, ma se ne trova qualche esempio nella seconda parte
della Chanson de la Croisade che il Meyer (1) attribuisce ad un poeta del
paese di Foix, proprio al confine d'Aragona. Questa forma potrebbe quindi
rappresentarci un altro elemento aragonese. Ma dove pare a me che questo
volgare si manifesti più chiaramente è nel muit del v. 10. Tutti ì mss. si
accordano nel dare mun (2): che la forma sia guasta non c*è dubbio, giacché
<2oirunico significato di mondo (3). che potremmo assegnarle, al passo non
no viene senso alcuno. E dovendo emendare, si pensa subito a muity come
già corresse il Mila y Fontanals, osservando che paleograficamente sta che
Tasta del t nel cod. ch'ebbe davanti il copista, se era piuttosto corta, poteva
facilmente confondersi con l'ultima asta di una n. Ora una caratteristica
del l'aragonese (fra le poche che si siano finora determinate) è che il nesso
latino l-^tsìsi rappresentato da tf, mentre nel castigìiano é rappresentato
àsi eh; e per di più nell'aragonese cade l'atona finale , che rimane nel ca-
stigìiano (mucho) (4). Ciier del v. 4, ho già detto che non può essere porto-
ghese: qui aggiungo che non é provenzale, ma ben riscontrasi nel casti-
gìiano antico e nelle altre varietà della Spagna centrale, non escluso l'ara-
gonese. Le ultime parole della stanza sono francesi.
Dai fatti che abbiamo osservato non si può certamente trarre nessuna
conclusione sicura. La diflBcoltà poi cresce per la ragione che delle caratte-
ristiche dei volgari di Spagna, tranne il Leonese (5), ben poco si sa. Tut-
tavia, se le tracce di aragonese che abbiamo qua e là notato non bastano
per affermare che la stanza sia scritta in aragonese, pur dovendo proporre
una congettura, a questa mi atterrei anche per l'osservazione che fu fatta
a pag. 12 (fS).
Mario Pelaez.
(1) La chanson de la Croisade contre les Albigeois ^ ed. et trad. par P.
Meyer, Paris, Renouard, 1S79, 11, cxij e cxiv.
(2) Non tengo conto dell'altra variante num che é evidentemente un fa-
cile scambio per mun.
(3) Mun potrebbe essere la forma catalana dell'aggettivo possessivo, ma
è chiaro che qui non fa al caso nostro.
(4) Romania, XVI, 368.
(5) Sulla varietà leonese si vedano alcuni appunti del Morel-Fatio a pro-
posito del Libro de Alexandre cit.
(6) Non sarà inutile agli studiosi ch'io dia qualche appunto bibliografico
per lo studio dell* aragonese. Per la parte antica il maggior contributo è
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stóto dato dal Morel-Fatio, il quale ne ha parlato a proposito dei Diez Man--
damientos e del Romance de Lope de Moros {Romania^ XVI, 379-381), che,,
secondo lui , appartengono al volgare aragonese. Un riassunto delle poche
caratteristiche deiraragonese antico fin qui riconosciute, si può vedere nel-
V Enciclopedia Britannica ali* articolo Spain ^ paragrafo in cui si discorre
della lingua nella penisola iberica ed è scritto dallo stesso Morel-Fatio. Per
Faragonese moderno, assai utile è il Biccumario de voces aragonesas pre-
cedido da una introduciòn filologica històrica per D. Jeronimo Borao^
Saragoza , 1884 , dove sono date alcune altre indicazioni bibliografiche. —
Queste osservazioni io pubblicai nel 1891 {Di un Serventese-discordo di
B, C, in Giom, ligustico, XVUI, 382-399) colla speranza che fossero riprese
e discusse da qualche dotto conoscitore dei volgari di Spagna. 11 mio ca-
rissimo amico prof. A. Jeanroy ne parlò nella Revue des Pyrénées, I, 7-9r
sostenendo però che la stanza , eh' io credo scritta in uno dei volgari di
Spagna, sia invece portoghese. Io ho accolto alcune delle osservazioni
del mio dotto amico, ma sostanzialmente mantengo ancora quel che ebbi
occasione di dire la prima volta. La stanza certamente nelle mani dei co-^
piati avrà sofferto molti guasti, tuttavia credo che le tracce di un volgare
spagnuolo appaiano ancora, specialmente, ripeto, nelle parole tnatn^os e muit^
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